15.5.12

Essere turisti a New York non è abbastanza

Recentemente, scorrendo la sempre gravida homepage di Facebook, mi sono resa conto che nel corso degli ultimi mesi un sacco di gente che conosco è stata a New York, o ci andrà a breve. Una statistica bizzarra. Il fatto che io abbia più di cinquecento "amici" sicuramente aiuta a incrementare le probabilità di avere gente tra i propri contatti che di recente è stata nella Grande Mela: se in media un amico su cento va a New York, non mi dovrebbe stupire il fatto che io ne abbia cinque o sei. Ma la cosa mi ha stupito comunque, perché tra queste persone non c'è assolutamente alcun legame, ho conosciuto ognuna in contesti ben distinti e le uniche due cose che le accomunano sono il fatto che conoscono me e che sono recentemente state nella città americana. Si potrebbe giungere alla conclusione che New York sia una meta davvero universale, poiché ha attratto e attira persone tanto diverse l'una dall'altra. New York offre di tutto, chiunque a New York trova quello che cerca.

Nonostante le persone che conosco che sono state a New York siano tanto diverse l'una dall'altra, ci sono aspetti dei loro viaggi nella metropoli americana che sono comuni quasi a tutti e che appiattiscono drasticamente la varietà umana che normalmente le caratterizza. Sto ovviamente parlando dei classici intramontabili della propria prima volta a New York: la Statua della Libertà, il caffè da Starbucks, le foto fatte nei musei (per far vedere agli amici che la vacanza ha avuto anche un aspetto culturale) e quelle fatte dalla cima dell'Empire State Building, per citarne alcuni. Nonostante New York proponga un'infinità enorme di attrazioni, la prima volta che la si visita, gran parte del tempo viene comunque impiegata per vedere quello che abbiamo già visto in milioni di foto, cartoline, film, siti internet. New York è negli occhi di tutti, chiunque è in grado di elencare almeno cinque monumenti di New York anche senza aver mai fatto grandi ricerche in merito. Eppure, quando si è là per la prima volta, quasi si cerca una conferma di quello che conoscono tutti e si vogliono vedere coi propri occhi quei monumenti che la cultura popolare ci propone regolarmente.

Non c'è niente di male nel voler fare il turista a tutti i costi, anch'io l'ho fatto a suo tempo. Nei quattro giorni che ho trascorso a New York la mia prima volta ho trascinato mia madre in cima all'Empire State Building, l'ho portata a perderci in giro per Central Park in cerca del monumento a Balto (e questo senza aver provato prima a localizzarlo su una mappa, ma confidando che mi ci sarei imbattuta per caso perché ho molta fortuna. Ovviamente non l'ho trovato), ero curiosa di vedere Times Square, Ground Zero, il ponte di Brooklyn e la Statua della Libertà, volevo a tutti i costi prendere il caffè da Starbucks e comprarmi l'originalissima maglietta "I <3 NY", avevo perfino il pallino di Battery Park perché i Cranberries ci avevano girato un video e non potevo certo perdermi la possibilità di farmi una foto in quella che era stata la location di un loro video! Va bene tutto, era la mia prima volta a New York e forse è giusto che la prima volta sia per tutti così tremendamente... standard.

Ma New York offre molto di più. Su questo punto insiste l'autrice di quest'articolo, nel quale cerca di convincere il visitatore ad abbandonare il sentiero battuto per esplorare nuove strade. Nel suo decalogo ho riconosciuto lo spirito che mi ha animato la mia seconda volta a New York, quella in cui mi sono sentita meno turista e più parte della sua incredibile popolazione. Ma andiamo con ordine.

Il primo punto insiste sul disertare i musei più gettonati e dare invece una chance a quelli minori. Ho obbedito a metà, nel senso che in due mesi ho trovato il tempo appena per un museo, uno di quelli gettonati. Non il MOMA o il Metropolitan, ma quello di Scienze Naturali. Ero rimasta così affascinata dagli scheletri dei dinosauri al Royal Ontario Museum di Toronto da non essere riuscita a sfuggire al loro richiamo nell'affine museo newyorchese. Come mi ha suggerito di fare la mia guida (anche spirituale), ovvero la signora con cui ho abitato durante la mia permanenza a New York, ho ignorato il prezzo del biglietto che mi è stato suggerito all'ingresso e ho trascorso mezza giornata a vagare per le sale del museo per 5$:
- Potresti anche pagare 25 centesimi, a loro non interessa.
- Sì, ma è un museo. Bisogna supportare l'attività di un museo!
- Figliola, non hai idea degli sponsor che ci sono dietro a un museo come quello. Se ti fa sentire meno in colpa dai 5$, ma di più non è davvero necessario.
E così ho fatto. Mentre dicevo alla cassa: "I wish to pay 5$" mi sentivo come se stessi rubando qualcosa, ma ho cercato di ripetermi che d'altronde sono solo una povera studentessa viaggiatrice e che i miei cinque dollari erano pur sempre meglio di 25 centesimi.

La Statua della Libertà. Vorrei dire che stavolta non ho nessuna foto che la ritrae, ma in realtà ne ho una, scattata da Brooklyn mentre testavo il mio nuovo grandangolo in una freddissima domenica di metà gennaio. La si vede in lontananza. Quando ero stata la prima volta a New York avevo provato l'esperienza del traghetto gratuito per Staten Island da cui mi ero goduta la vista della signora con la fiaccola e il libro. Sebbene non mi interessasse ripetere l'esperienza e non fossi particolarmente attratta dalla Statua della Libertà al punto di volerla rivedere stavolta, una sera di dicembre un ragazzo con cui i miei cugini mi avevano organizzato un appuntamento mi aveva portata al Liberty State Park, nel New Jersey, da dove l'avevo vista da una prospettiva diversa. Quindi sì, la Statua della Libertà l'ho rivista, ma è stato per caso. Non mi interessa più, dopo che la si è vista una volta, perde tutto il suo appeal. Come la Sirenetta di Copenaghen.

Central Park l'ho evitato come la peste, dopo il vagabondaggio a caso della prima volta. Mi sono ritrovata a costeggiarlo tutti i giorni, perché ci passavo per raggiungere il Columbus Circle da cui prendevo la metropolitana, ma non mi ci sono mai più avventurata. C'è stata una volta in cui avrei voluto avere il tempo per passeggiarci, possibilmente con la macchina fotografica, il giorno dopo un'abbondante nevicata, perché era tutto bianco e immerso nella foschia. Mi sono incantata a guardare il meraviglioso spettacolo che mi si parava davanti agli occhi mentre percorrevo Central Park South, ma non avevo il tempo per fermarmi, e soprattutto non avevo la reflex con me. In ogni caso, non ho più sentito il bisogno di camminare per Central Park. Di scoiattoli ne avevo visti abbastanza a Toronto e per una semplice passeggiata nel verde e una sosta su una panchina a questo giro ho preferito Washington Square.

Devo purtroppo ammettere di essere caduta nella trappola di Magnolia, e di aver infranto la regola numero 5. A spingermi lì non è stato, però, Sex And The City. Non ho mai seguito quel telefilm. Ad accendere la curiosità nei confronti di quella pasticceria è stato il consiglio di una ragazza polacca che ho conosciuto a New York, che mi ha assicurato che lì avrei trovato una delle migliori Red Velvet della città. Ci sono capitata quasi per caso; stavo percorrendo Bleecker Street senza una precisa meta, quando mi ci sono ritrovata davanti e non ho saputo resistere all'impulso di entrare ad assaggiare uno dei loro cupcake. Devo ammettere che un po' sono rimasta delusa, avevo fatto un sacco di ricerche sulla Red Velvet pochi mesi prima e vedere che loro la proponevano con una crema che non è quella canonica mi ha un po' spiazzato. In un certo senso, però, ho anche rispettato la regola numero 5, perché se da Magnolia sono capitata per un motivo non attinente al celebre telefilm che ha reso famoso il negozio, mi sono trattenuta dall'andare a fare due ore di coda per entrate nella pasticceria di Buddy Valastro, di cui sono invece una grande fan. La pasticceria Carlo's l'ho vista da fuori, quella stessa sera in cui il mio mancato spasimante mi ha portato a Jersey City. È bastato che accennassi alla mia passione per Il Boss delle torte perché il diligente ragazzo mi caricasse in macchina e mi portasse a Hoboken. Nonostante quello, però, non gli ho concesso un secondo appuntamento.

La questione dei film e degli spettacoli la dovrei un po' adattare e dovrei fondere, quindi, insieme le regole 6 e 9. Una cosa che non ero riuscita a fare la mia prima volta a New York era stata andare a vedere un musical di Broadway. Questa volta sono partita con l'intento di vedere almeno Mamma Mia! e The Phantom of the Opera, ma mi è andata male e la visione di questi due colossi di Broadway è sulla lista delle cose che farò la mia terza volta a New York. In compenso, però, ho avuto l'occasione di andare a vedere uno spettacolo di una compagnia minore, in un teatro minore e in lingua spagnola, ovvero l'adattamento drammatico di Crónica de una muerte anunciada di García Márquez. Ah, quanto adoro le produzioni minori.

Per quanto riguarda lo shopping, non sono stata a Canal Street e quindi dovrei dissociarmi dalla regola numero 7. Però sono stata da Century 21, e questo più di una volta. Quello è sinonimo di turista tanto quanto le magliette "I <3 NY". Anche da Victoria's Secret sono stata molto spesso, e anche quello è un posto molto gettonato dalle turiste (ricordo una coppia di turisti italiani che era venuta a chiedermi dove fosse la Victoria's Secret più vicina perché dovevano assolutamente andare a farci compere). Ma la celebre catena di intimo è frequentata in ugual misura anche dalle newyorchesi, e quindi lì mi è sempre stato più facile mimetizzarmi e passare per una del posto. Tranne una volta. Mi avvicino alla cassa e poso l'ennesimo carico di mutande sul banco. Al braccio ho appesa una borsa di Century 21. - Da dove vieni? - chiede subito la commessa. Beccata. Tiro fuori la carta di credito italiana e le racconto la mia storia.

In definitiva, dopo la mia seconda volta a New York ho trovato molto interessanti i punti descritti nell'articolo. Sicuramente come mi sono vissuta questa volta la Grande Mela, immergendomi nella sua realtà culturale più profonda e stando a stretto contatto con la sua gente, è stato molto più gratificante del frenetico seguire la lista dei posti imperdibili che aveva caratterizzato la mia prima volta. Ma non biasimo il first timer che disubbidirà alle regole elencate in quell'articolo. Perché l'ho fatto anch'io, a suo tempo, e ho dei bellissimi ricordi di quando anch'io ho posato, come milioni di persone prima di me e in modo assolutamente poco originale, davanti alla Statua della Libertà o sul ponte di Brooklyn.

12.5.12

Che l'est diventi l'ovest e abbiano inizio le danze

Ieri mi sono seduta a un tavolino di Starbucks, posto che sono solita definire sopravvalutato e troppo caro. E che serve un caffè che non è poi mica così buono come vogliono far credere, io ci trovo un retrogusto di bruciacchiato che non mi piace per niente. (Lo so che hanno lanciato il nuovo Blonde Roast che avrebbe forse potuto farmi ricredere su quest'ultimo punto, ma finché ero a New York non ho mai voluto tradire l'abitudine di farmi offrire il caffè da Joseph in un bar ben più esclusivo che Starbucks.) Non nego che ci sono state occasioni in cui anche io ho apprezzato la celebre catena americana. Tipo quando mi sono goduta un frappuccino a Francoforte o quando me ne sono goduto uno a Siviglia. Da Starbucks ho fatto la mia prima colazione a Toronto (ma dal giorno dopo sono diventata cliente fissa di Tim Hortons) e anche la mia prima colazione a Los Angeles (la prima colazione ufficiale, perché ufficiosamente qualche ora prima, quando il pullman si era fermato per un quarto d'ora a Santa Barbara al sorgere del sole, ero scesa a prendere un caffè French Vanilla e una brioche in uno squallido bar da fermata Greyhound). Ieri forse è stato un momentaneo attacco di nostalgia di New York, o forse di nostalgia per quella vita "neither here nor there" che mi piace condurre e che mi manca quando mi fermo in un posto, ma avevo un'ora da passare tra un appuntamento e un altro e ho deciso di trascorrerla da Starbucks. I lati positivi sono tanti: un frappuccino riesco a farlo durare abbastanza a lungo da non sentirmi in colpa per il fatto che sto occupando un tavolino per un sacco di tempo fondamentalmente perché sto scroccando internet. E, appunto, il fatto che abbiano la connessione wifi è un grande punto a loro favore. E poi il frappuccino, tutto sommato, è buono.

Dunque mentre me ne stavo seduta lì a mangiare col cucchiaio la panna dal mio beverone al caffè ho deciso di chiamare mia madre per darle un segnale di vita, ogni tanto se l'aspetta. L'ho chiamata su Skype dal mio smartphone nuovo fiammante. E mentre ero lì che facevo questa telefonata che non mi costava nulla mi ha colpito il pensiero che sono proprio cambiate tante cose da una manciata di anni a questa parte. A un tavolino di Starbucks in un centro commerciale di tre piani a usare la connessione wifi gratis, questo offre la Cracovia di oggi, dimostrandosi decisamente non la città che conoscevo qualche anno fa. Quando non avrei mai creduto che Cracovia avrebbe fatto così in fretta un salto in avanti verso una modernità un po' standard ma comunque ai limiti dell'inimmaginabile non troppo tempo fa. Quando non avrei mai giurato che sarebbe stata proprio Cracovia, e non Torino, a offrirmi interessanti prospettive lavorative. Per la prima volta in vita mia mi sto ritrovando a trascorrere maggio a Cracovia. Nemmeno due mesi fa raccontavo a un amico a New York quanto è incantevole l'Europa a maggio. Cracovia a maggio non l'avevo ancora mai vista...

Seduta a quel tavolino di Starbucks potevo essere a Francoforte come a Los Angeles e invece ero nella città dell'Est Europa a me più cara. E sarà il diverso spirito che mi ha portato a Cracovia questa volta, sarà la stagione diversa, sarà che non mi sono ancora del tutto scrollata di dosso l'aria di quella che è appena tornata dal Nord America, ma non ho mai sentito Cracovia tanto occidentale come a quel tavolino ieri pomeriggio. Cracovia mi ha colpito, erano anni che non succedeva.

14.2.12

Nuova Amsterdam

Ho trascorso tre mesi a Toronto e l'ho lasciata con la consapevolezza di essere riuscita a volerle bene. Non mi sono innamorata di Toronto, ma posso dire che siamo diventate amiche. Ho trovato in lei una città vibrante di cultura, ricca di sfumature, cordiale e sorridente. L'ho trovata calda, accogliente, mi ha saputo offrire l'autunno più mite che aveva in serbo da anni. Toronto e la sua multiculturalità. Toronto e i suoi procioni. Toronto e i suoi Tim Hortons. Gente in coda fuori dai cinema. Foglie d'acero impresse sui marciapiedi.
Non mi sono innamorata di Toronto. Ma ho imparato a volerle bene.

New York l'ho vista per la prima volta nel 2004, avevo diciott'anni ancora da compiere. La prima impressione sono state le miriadi di luci dall'alto mentre il mio aereo atterrava al JFK una sera di giugno. È stato un attimo, come quando incroci due occhi bellissimi in metropolitana e sai subito che la cosa finisce lì. La seconda impressione è arrivata qualche settimana dopo, quando ho finalmente avuto occasione di visitarla. La seconda impressione è stata tutta la sua verticalità osservata dal tettuccio scopribile della macchina che mi stava scarrozzando lungo la 6th Avenue. Avevo diciott'anni da compiere e ne sapevo poco del mondo fuori dall'Italia o dalla Polonia. New York ha la capacità di rapire il cuore del viaggiatore più esperto, figuriamoci se quello di una ragazzina di provincia non era preda facile. Quando mi sono ritrovata per la prima volta in mezzo a quell'esagerazione meravigliosa di luci e colori che è Times Square ho capito che un pezzo di cuore l'avrei lasciato lì. Da quando sono tornata allora ho una cartolina di Times Square appesa sopra alla scrivania in camera mia che mi ricorda dove devo andarlo a cercare, quel pezzo del mio cuore, un giorno, in caso mi servisse. (Non ho mai sentito la necessità di recuperarlo, quel pezzo del mio cuore tutto sommato sta bene lì.) Per anni, ragazzina ingenua che non aveva visto niente del mondo, ho additato New York come la città più bella del mondo. Poi ho iniziato a scoprire l'Europa.

Con Oslo è stato amore a prima vista. Nel momento in cui le suole delle mie scarpe hanno toccato la pista dell'aeroporto Torp ho sentito che mi stava succedendo quella stessa cosa provata a Times Square e non mi sbagliavo. Ho passato tre giorni a Oslo e quando sono salita sull'aereo che mi avrebbe riportato a casa ho fatto una promessa. Sarei tornata, per starci. Per concederci tempo, per conoscerci meglio. E l'ho fatto. Io e Oslo abbiamo avuto una splendida relazione lunga sei mesi, coronata tra l'altro dal semestre più bello e gratificante della mia carriera accademica. Alla fine del mio semestre di scambio l'ho lasciata, ma sono tornata a trovarla due volte. Ogni volta, salendo la scaletta dell'aereo che mi riporta in Italia, prometto alla capitale scandinava che non è l'ultima volta. Ho un debito emozionale enorme nei confronti di Oslo, quando è stata teatro dell'orribile carneficina della scorsa estate il mio cuore ha sanguinato con lei. (Un altro pezzo del mio cuore, se dovessi mai andare a recuperarlo, è sulla spiaggia a Bygdøy che si gode tutti i tramonti dell'anno.)

Sono tornata a New York dopo sette anni. Sette anni che mi hanno vista passare attraverso la maturità, due lauree, un master, diventare maggiorenne, prendere la patente, perdere un paio di amici (una è morta, uno è vivo), perdere la testa per un paio di persone, due cambi di macchina fotografica. E tanti viaggi, tante canzoni e tanti libri. Sono tornata cresciuta, con l'Europa negli occhi. Sono tornata a Times Square a vedere che effetto mi avrebbe fatto, e non mi sono stupita quando il mio cuore non ha accelerato il battito. Certo, la sera mi fa sempre un certo effetto, anche perché sette anni fa non avevo visto Times Square di notte. Ma non è il lato turistico di New York a sedurmi questa volta. Questa volta il mio cuore l'ho lasciato nel West Village. Potrei passare tutte le domeniche a passeggiare lungo Bleecker Street con un caffè da asporto in una mano e un red velvet cupcake nell'altra. A passeggiare per quelle stradine modellate sulle città europee. Sette anni dopo, la laurea in Lingue e l'infatuazione per tutto ciò che è europeo mi hanno resa sensibile a questo lato della città che nel 2004 rapì il mio cuore di turista. Non sono più una turista, adesso, o almeno non solo.

Quello che mi ha colpito e che ho apprezzato di Toronto è il suo essere diversa dalle città europee. Toronto restituisce appieno la sensazione di trovarsi in una realtà metropolitana del Nord America, e lo fa con stile. New York è la metropoli nordamericana per antonomasia, ma le sensazioni che dà non sono le stesse che ho provato a Toronto. New York è una città profondamente europea ed è questo che me la fa amare sette anni dopo. È un amore diverso, più adulto; non la cotta per gli stereotipi scintillanti che ho preso a diciassette anni, ma il ritrovare nell'oggetto esattamente quello che mi piace, esattamente quello che cerco.

15.1.12

Averci l'età

Ho venticinque anni e ne dimostro un po' di meno. Lo so. Saranno i capelli che porto, saranno i retaggi della mia splendida infanzia (prolungata finché mi è stato possibile), resta il fatto che io dimostro qualche anno di meno. La cosa salta puntualmente fuori quando mi imbatto in qualcuno che non conosce la mia età. Non molti giorni fa, ad esempio, è successo di nuovo: alla reception di un palazzo dove ho fatto una consegna mi hanno chiesto quanti anni ho. "Venticinque." ("Perché diavolo me lo stai chiedendo", pensavo.) "Ah. Te ne avrei dati diciannove, hai il viso molto giovane."
Diciannove. Onesto.

Il top per me è stato quando tre anni fa me ne sono stati dati quindici. Avevo accompagnato in banca mia nonna, e per qualche bega burocratica serviva una firma di una persona in più e mia nonna indica all'impiegata me, accomodata su un divanetto nell'area di attesa. L'impiegata guarda con tenerezza mia nonna: "Ma è già maggiorenne? Sennò non può firmare." Mia nonna che dice: "Ha preso la laurea triennale il mese scorso." L'impiegata che avrebbe fatto una figura migliore se non avesse ribattuto rivolta verso di me, che nel frattempo mi ero avvicinata: "Signorina, complimenti! Le avrei dato quindici anni!".
Quindici. Stiamo scherzando?

Ho perso il conto delle volte in cui, negli ultimi cinque anni, mi sono sentita rivolgere domande idiote tipo:
"Che scuola fai?"
"Ma sei già maggiorenne?"
"Ma ce l'hai già la patente?" (patèènte, questa va pronunciata con un marcato accento piemontese)
O quando la scorsa estate una cameriera di almeno tre anni più giovane di me si è girata verso mia madre dopo che avevo ordinato una birra per chiedere: "Ma la ragazzina ha già diciotto anni?" Stavolta la risposta della laurea l'ha sfoderata mia madre: "La ragazzina ha già finito la specialistica."
Cameriera dei miei stivali, "ragazzina" lo dici a qualcun altro. Anzi, chiamami pure Dottoressa, va.

Queste frasi mi irritano moltissimo.
C'è chi dice che dovrei sentirmi lusingata. Molto bene, a me queste frasi non fanno sentire lusingata neanche un po'. Non mi viene attribuita un'età minore: mi viene attribuita un'età immatura. Vengono annullati i miei anni dell'università, che sono stati forse i miei anni migliori. Viene annullata un sacco di roba che ho imparato su me stessa negli ultimi anni e questa cosa non mi rende mica tanto felice.

Poi, oggi, ho finalmente sentito una versione di questi soliti commenti che mi ha davvero fatto piacere. Oggi mi sono sentita dire: "A vederti ridere sembri una ragazzina, dal tuo modo di porti, relazionarti, sorridere non ti darei più di vent'anni. Però so che hai finito gli studi, quello è un fattore da tenere in conto, e quindi sicuramente qualche anno in più ce l'hai."
GRAZIE! Grazie per aver tenuto in conto la mia vera storia, i miei anni di università, ciò di cui vado più fiera. Il messaggio era lo stesso: dimostro meno anni, ed è una cosa tutto sommato positiva. Li dimostro, non vuol dire che quegli anni immaturi io li abbia. Per una volta il tentativo di fare un complimento al mio aspetto giovane non ha screditato i miei anni migliori. Finalmente qualcuno è riuscito a formularla nel modo giusto.

E comunque ho passato i venticinque, non si scherza: la strada verso i trenta è in discesa, ora. L'osservatore attento (o il ritrattista di turno) non si fa certo sfuggire quelle rughe d'espressione che segnano che l'età in cui mi si poteva definire una ragazzina è ormai finita. Io, ritrattista di turno, mi ritrovo ogni tanto a lamentarmene, perché comunque le rughe sono una cosa bestiale, sono informazioni che ti porti scritte in faccia tanto eloquenti quanto i lineamenti o il colore degli occhi. Tutto sommato, però, le rughe d'espressione non sono poi così male. Segnano la piega che prende una faccia quando si fanno spesso determinate espressioni. Le mie rughe me le sono provocate quasi tutte sorridendo. A ben vedere, le mie rughe d'espressione non sono altro che il segno più visibile del fatto che negli ultimi anni ho sorriso davvero un sacco e se l'ho fatto è perché oggettivamente mi sono goduta la vita. Per favore, guardate attentamente la mia faccia e vedeteli, quei segni di una vita passata a sorridere. Non datemi diciannove anni: a diciannove anni la vita che faccio da qualche anno a questa parte me la sognavo e non la immaginavo neanche lontanamente. Non eliminate a priori tanti anni che ho trascorso godendomi la vita, per favore. Datemeli tutti.

30.12.11

Natale: il conforto della genetica

Il mio Natale quest'anno è stato un Natale senza regali da fare né da ricevere. Un paio di pacchetti sotto l'albero li ho trovati, ed è stato molto carino perché non me li aspettavo, ma i patti erano non dare e non ricevere. Dato che lo stress legato ai regali da fare è tra le dieci cose che mi fanno piangere di più ogni anno (perché riesco a consumarmi i nervi a livelli esagerati), tutto sommato non mi è dispiaciuto saltare questo passaggio quest'anno e dare tregua alla mia psiche in tal senso. E poi ho fatto una torta, non è che non abbia contribuito affatto. È stato un Natale diverso, un Natale con la cena della vigilia tradizionale polacca e il tacchino con la cranberry sauce il giorno dopo, e tutto ciò mi sembrava terribilmente giusto. È stato un Natale alla cui messa di mezzanotte ho cantato in inglese dal banco, e anche questo mi è sembrato giusto. Un Natale senza il mio paesino che si scambia gli auguri sul sagrato della chiesa godendosi il calore della cioccolata calda e del vin brulé dopo la messa di mezzanotte, e questa cosa mi è mancata. Invece, mi sono ritorvata a fare le ore piccole con i miei parenti di qua bevendo il vino rosso che quasi quattro mesi fa ho portato dall'Italia. Seduti al tavolo della cucina. La cosa più irreale era che mi sembrava tutto assolutamente normale: io sono arrivata dal Canada, non ero tanto lontano, trovarmi lì con loro la notte di Natale mi sembrava una cosa assolutamente logica. Un momento, no, io non arrivo dal Canada, io sono arrivata da più lontano - io arrivo da più lontano - e questi miei parenti li sto vedendo per la seconda volta nella mia vita. Eppure ero lì con loro e la cosa mi sembrava naturale, come se arrivare dal Canada tutta sola e passare la notte di Natale in quella cucina del NJ fosse la cosa più normale del mondo. Senza pandoro. Senza i miei genitori. Un momento, è Natale? Davvero? Siamo già a Natale?

È stato un bel Natale, un Natale con l'eccitazione della mattina del 25 scritta negli occhi dei miei cuginetti, che spettacolo meraviglioso. Un Natale senza neve, ma con la brezza che tira dall'Oceano. Ma è stato un Natale anonimo. Un Natale passivo: il mio ruolo era quella di ospite e mi sento più a mio agio a fare gli onori di casa a Natale. Un Natale senza dubbio diverso.

Non l'ho sentito sbagliato, comunque. Ero in famiglia. La mia famiglia allargata e sparsa per il mondo. La mia famiglia di migranti. C'è chi mi chiede con che impulso io stia vagando tanto alla ricerca del mio posto nel mondo, credo che sia una cosa che noi abbiamo nel sangue. E non solo quello: ci guardavamo le mani, io e la più vecchia dei cugini che ho in America, e ce le abbiamo identiche. L'indice e il medio piegano verso l'anulare, in fuori. Una deviazione leggerissima, ma non abbastanza da non notarla. La stessa curvatura si trova sulle mani di mia nonna. Per quanto lontani e sparsi, siamo una famiglia. La curvatura delle nostre dita lo conferma. In quel dettaglio ho trovato tutto il conforto che mi ha fatto sentire al mio posto in questo Natale senza pandoro, senza vin brulé e soprattutto senza i miei genitori. Ero in famiglia, e questo è tutto quello che bisogna chiedere al Natale.

29.12.11

From A Dusty Bookshelf

Il titolo del post è un omaggio a Tuomas Holopainen, il contenuto è un'antologia di estratti di libri letti nel 2011 che ho ritenuto interessanti e che ho annotato nella mia agendina personale. La data si riferisce al giorno in cui ho annotato il passaggio, che nel 90% dei casi corrisponde al giorno in cui quel passaggio l'ho letto (il restante 10% è dovuto a mancanza di spazio nella pagina giusta). Alcuni passaggi sono dannatamente significativi.  In particolare una frase di Rushdie :)


"Like the swaggering pirates, let's make the most and best and worst of what we have. Give not one-third but everything. All-all-all. Keep nothing back ..."
Jean Rhys, Wide Sargasso Sea, 12 febbraio

"If I read poetry or novels I like then I want to go and live in the country the writer knows."
Nadine Gordimer, Burger's Daughter, 15 febbraio

"And, I grant, such mastery of the multiple gifts of cookery and language is rare indeed; yet I possess it."
Salman Rushdie, Midnight's Children, 7 maggio

"Everything has shape, if you look for it. There is no escape from form."
Salman Rushdie, Midnight's Children, 2 giugno

"L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà."
Italo Calvino, Le Città Invisibili, 20 ottobre

"In un'esistenza come la mia previsioni non se ne potrebbero fare: non so mai cosa mi può capitare nella prossima mezz'ora, non oso immaginarmi una vita tutta fatta di minime alternative ben circoscritte, su cui si possono fare scommesse: o così o così."
Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore, 21 novembre

"... and I told Sheridan I had to go. Let's meet here every five years to catch up on our lives, he said. Yeah, okay, I said, and waved goodbye."
Miriam Toews, A complicated kindness, 10 dicembre

23.12.11

Trasporti pubblici

La città in cui ho imparato a muovermi con i mezzi pubblici è stata Cracovia. Ero preadolescente o giù di lì ed è stato a Cracovia che ho preso il mio primo tram da sola. Quando viaggi da solo devi avere sempre tutto sotto controllo perché puoi fare affidamento solo su te stesso, anche se il viaggio dura appena poche fermate di tram. È stato in quell'occasione - quella corsa, e le successive - che sono "entrata" nel mondo del trasporto pubblico. Sono cresciuta in un paesino che fino a qualche anno fa vantava ben un semaforo (ora non c'è neanche più quello perché al suo posto hanno costruito una rotonda) e prima di allora non mi era mai capitato di dover imparare a usare i trasporti pubblici. Ma quell'estate mi si aprì un mondo. Quell'estate in cui le mie amiche davano i loro primi baci al vicino di ombrellone, io prendevo confidenza con il sistema dei trasporti pubblici di Cracovia.

Per anni quello fu l'unico con cui ebbi a che fare.

Quando, qualche anno dopo, la vita mi trasformò in una studentessa universitaria pendolare, entrai in contatto con un nuovo sistema di trasporto pubblico, quello di Torino. Non scorderò mai il mio primo giorno di università. (Pioveva, perché ovviamente a Torino deve sempre piovere.) Sapevo che dalla stazione avrei dovuto prendere il tram numero 15, così mi sono avviata verso la pensilina. Una rapida occhiata alla lista delle fermate successive mi conferma che sono nella direzione giusta e nel giro di pochi minuti il tram arriva e io salgo. Per i primi minuti della corsa non mi preoccupo particolarmente di dove sto andando perché non conosco granché la città, e non mi aspetto di riconoscere le vie. Dopo una decina di minuti, però, inizio a insospettirmi: non avrei dovuto metterci così tanto, eppure la mia fermata non è ancora arrivata. Chiedo a una persona di fianco a me se l'abbiamo già passata, la informo che devo andare all'università e non sono sicura di saper riconoscere la fermata giusta. La persona interpellata controbatte che l'università è dall'altra parte della città: devo scendere e prendere il tram che va nella direzione opposta. Possibile? Eppure avevo controllato le fermate successive.

Non ammetterò mai di aver sbagliato, perché io quel giorno non ho sbagliato. Se fossi stata a Cracovia, sarei andata nella direzione giusta. Prima di salire, infatti, avevo scorso la lista delle fermate dall'alto verso il basso, come avrei fatto a Cracovia. Nessuno mi aveva avvertito, però, che a Torino le fermate dei mezzi si leggono dal basso verso l'alto. Nella mia ingenuità non avevo preso in considerazione che il sistema torinese potesse differire da quello di Cracovia, e la mia poca esperienza coi mezzi pubblici di un'altra città non ha giocato a mio favore quando ho letto le fermate nel senso opposto.

Questa grande lezione di vita mi ha insegnato a fare sempre molta attenzione alle insidie disseminate nel sistema dei trasporti pubblici di un'altra città. E sono diventata molto sospettosa. Quando, nel 2009, mi sono trasferita a Oslo, l'ispezione della pensilina alla mia fermata della metropolitana e un'attenta lettura delle informazioni affisse è stata una delle prime cose che ho fatto. Mi è stata utile: ho subito imparato che la domenica non è giorno da prendere i mezzi pubblici nella capitale norvegese.

E poi a settembre di quest'anno mi sono trasferita a Toronto e ho riposto nel sistema dei trasporti di una metropoli nordamericana la mia più cieca fiducia. Grosso errore. Mi ci è voluta una persona del posto per spiegarmi esattamente in cosa consiste la politica dei transfer, ovvero se fai una corsa semplice puoi non prendere nessun biglietto cartaceo, ma se hai bisogno di proseguire la corsa cambiando mezzo allora devi munirti di transfer, ovvero questo fogliettino, per proseguire senza dover pagare una volta salito sul secondo mezzo. A complicare le cose c'è il fatto che il transfer va preso alla stazione o fermata di partenza e non a quella di cambio, quindi non bisogna dimenticarlo quando si inizia la prima corsa. Una follia. Ma non è tutto. Due settimane dopo il mio arrivo a Toronto ero d'accordo con un'amica a una certa fermata della metropolitana alle 9 del mattino. Di domenica. L'idea che i mezzi a Toronto la domenica potessero essere sfigati come a Oslo non mi ha neanche accarezzato la mente: una simile follia in una delle città più grandi del Nord America? Suvvia. Ecco che quindi, quando alle 8 e mezza di una domenica mattina l'ingresso della metropolitana rifiuta i miei gettoni, il mio stato d'animo è di assoluta incredulità. Riprovo: la macchinetta avrà la luna storta, ma ecco che il gettone viene di nuovo rigurgitato. Dopo una terza volta, oltre al gettone che torna indietro, si materializza un guardiano della metropolitana:
- Signorina, la metropolitana è chiusa. Ritorni alle 9.
- No, seriamente? Io devo essere all'altro capo della città tra mezz'ora!
- Allora esca in strada e prenda il night bus.
Night bus?? Alle 8 e mezza del mattino me lo chiamano night bus?
E fu così che all'appuntamento con la mia amica arrivai con un vergognosissimo ritardo, perché ovviamente il night bus ferma ogni duecento metri e ci mette il triplo del tempo rispetto alla metropolitana. A saperlo, sarei uscita di casa alle 7 e mezza per essere da lei alle 9. Ma ero a Toronto, dannazione, non avevo minimamente preso in considerazione che la metropolitana potesse essere chiusa prima delle 9 di domenica mattina! Mea culpa, non ho controllato gli orari come avrei dovuto fare. Ma è Toronto, non Oslo, accidenti!

Un paio di giorni fa ero a New York per incontrarmi con una persona. Abbiamo fissato un secondo appuntamento per un giorno di gennaio alle 7 del mattino. Non è una domenica, ma ormai io non mi fido più di nessuno:
- Mi ci vuole un po' per arrivare sulla 57th per le 7, sarà già aperta la metro?
- La metropolitana di New York è aperta 24 ore!
Musica per le mie orecchie. Dio benedica New York e la sua metropolitana che non chiude mai!