Ciao, mi chiamo Eva e sono una fotografa.
Se fossi canadese, probabilmente mi presenterei così alla gente. Ma non sono canadese e di solito dopo il nome mi fermo. Di solito il mio nome è la prima informazione che fornisco e la persona a cui mi sto presentando se la deve far bastare almeno finché non si comincia una conversazione che potrebbe rendere utile o interessante il mio rivelare ulteriori informazioni su di me. In quei casi posso calare un'altra carta.
Ciao, mi chiamo Eva e sono una fotografa/ho una laurea in lingue/adoro la Scandinavia. Eccetera.
Forse la causa della mia reticenza a fornire troppe informazioni in un colpo solo è dovuta al mio sentirmi perennemente in bilico tra l'eccessiva modestia e il terrore del passo falso. Perché è sempre meglio dire una cosa in meno che dirne una fuori luogo. Questo perché so di essere piuttosto pessima a riparare una conversazione che ha preso una piega sbagliata, e quindi le informazioni accessorie le faccio arrivare quando ho capito in che acque sto navigando.
Perché mi comporto così? La mia vita "normale" ruota intorno ad alcuni contesti piuttosto fissi, ovvero: 1. il mio ambiente provinciale in cui tutti sanno chi sono, 2. il mio solito giro di amici, gente che sa molto bene chi sono e 3. la mia vita universitaria, in cui un profilo di base ci accomuna tutti. Sono davvero rare le occasioni in cui mi devo presentare a una persona completamente nuova e, quando mi capita di conoscere qualcuno, molto spesso c'è già qualche elemento che ha partecipato a definirmi o perché questa persona è amica di un amico, o perché è legata al mio ambiente universitario, o perché ci si trova in coda allo stesso concerto, e si finisce sempre per avere un contesto definito, un punto di partenza. "Ciao, mi chiamo Eva": che studio Lingue lo sai perché ci siamo incontrati in facoltà; che mi piacciono i Muse lo sai perché se no non sarei qui davanti ai cancelli come te; eccetera. Chiaro perché molto spesso il solo nome sia un'informazione più che sufficiente per cominciare, no?
Poi ci sono i casi in cui mi trovo decontestualizzata, tipo ora, che sono a Toronto. Qui nessuno sa niente di me. E ogni volta che rivelo solo il mio nome so che sto perdendo un'occasione per farmi conoscere davvero. Non succede sempre: dipende dai contesti. Faccio qualche esempio.
Ciao, mi chiamo Eva, sono laureata in Lingue e ho una passione per la Scandinavia.
Quando mi è stato presentato il console generale di Danimarca a Toronto non sono proprio riuscita a fargli bastare il mio nome. Ci ha presentati la direttrice dell'Istituto, quindi non sono stata nemmeno io a dire il mio nome. Stretta di mano, "Piacere", "Piacere mio". Alcuni secondi di silenzio e poi io parto all'attacco: "Lo sa che io ho scritto la mia tesi triennale su un'autrice danese?". (Segue lunga chiacchierata in cui gli spiego perché credo che Copenaghen sia la città più bella d'Europa e gli racconto che ho studiato a Oslo e che...)
Ecco, qui il rischio di dire una cosa fuori luogo era praticamente inesistente. E poi stiamo parlando della mia tesi e dei miei giri per la Scandinavia e io potrei parlarne per ore senza esaurire l'argomento. Facile.
Ciao, mi chiamo Eva e decoro torte.
Durante questo mio incredibile soggiorno canadese mi è capitata l'opportunità di fare da interprete a due cuochi italiani in visita a Toronto. Li ho seguiti come un'ombra per quattro giorni durante i quali hanno preparato una cena nel ristorante di una scuola di cucina, quindi la fase della preparazione dei cibi è stata anche di didattica agli allievi della scuola che hanno collaborato con loro. Il mio compito era tradurre. Anche in questo caso sono stata presentata da una terza persona, l'organizzatrice del progetto che li ha portati a Toronto, che mi ha presentata come la loro interprete. Destino ha voluto che la loro interprete fosse anche un'appassionata di cucina, e in particolare di pasticceria. Ora, io me ne sarei dovuta stare in un angolino a non interferire nel loro lavoro, intervenendo solo quando si fosse resa necessaria la mia mediazione linguistica. Ovviamente, mettermi per dodici ore consecutive in una cucina e pretendere che io me ne stia in un angolino è inimmaginabile e infatti, appena se n'è presentata l'occasione, ho voluto collaborare un po' anch'io. D'altronde, quando erano tutti impegnati a tagliare chili di carote o a farcire centinaia di ravioli non c'era bisogno di una traduttrice. Così, quando uno dei due chef si è messo a preparare le meringhe, gli ho chiesto se potevo finire io il lavoro. Avevo accennato ai due cuochi la mia passione per la pasticceria, e in particolare il bellissimo rapporto che ho con le sacche da pasticciere, ma questa informazione non dev'essere stata sufficiente per guadagnarmi la loro fiducia, perché mi è stata concessa la sacca solo per "fare le ultime". Eppure io avevo parlato sul serio quando avevo detto che questo è il mio hobby, e quando hanno visto come ho impugnato la sacca correttamente e ne ho fatto uscire una serie di meringhe tutte perfettamente identiche a quelle che aveva appena finito di fare uno di loro due, il commento è stato: "Ah, si vede che ci sai fare". Appunto.
Io l'avevo detto che con la sacca da pasticciere ci so fare. Ma il fatto che io fossi lì perchè sono un'interprete non aveva dato abbastanza credibilità alle mie parole. Eppure non si tratta di due informazioni incompatibili.
Ciao, mi chiamo Eva e sono una fotografa.
Ieri ho avuto la possibilità di infiltrarmi a un servizio fotografico realizzato per un magazine per cui lavora una mia nuova amica conosciuta qui a Toronto, e per cui ho anche collaborato con un paio di articoli. Sono andata ad assistere semplicemente perché morivo dalla curiosità di vedere un photoshoot da "esterna". Perché nelle vesti di fotografa ne ho già visto più di uno. Eppure quando mi è stato presentato il fotografo non ho avuto il coraggio di dirgli: "Sai, anch'io faccio foto". Perché nonostante avessi riconosciuto il suo modello di macchina vedendolo da dietro, mi sento sempre un po' troppo inadeguata per definirmi una vera fotografa. Sbaglio, forse. Ma se non ho il portfolio alla mano, o se non vengo vista all'opera, per qualche motivo su questo punto fatico a esprimere una certa credibilità. Perché tutti fanno foto. Ehi, ma io mi prendo piuttosto sul serio. C'è gente che ha pagato per avere delle mie foto! E non avrò un'attrezzatura da urlo, ma quando la Canon fa uscire qualcosa di nuovo io corro a leggere le recensioni in rete. E così, quando conosco un fotografo, quasi sempre mi limito a dirgli solo il mio nome. Poi però gli chiedo se posso dare un'occhiata alle foto che ha appena fatto, e quando mi dice di sì e prendo in mano la sua macchina, la accendo e mi metto a sfogliare le foto, il suo "Bisogna accenderla" rimane in sospeso perché vede che so esattamente dove andare a mettere le mani. "Ho una Canon anch'io".
Ciao, mi chiamo Eva e sono una fotografa.
Davvero.
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