17.10.11

Da che pulpito

Nel più immediato vicinato nel quartiere dove sto abitando ora si trovano soprattutto confraternite universitarie e chiese. Una combinazione interessante. Ma mentre non ho ancora avuto il coraggio di imbucarmi a una festa universitaria, oggi mi sono imbucata a messa nella chiesa protestante che c'è qui all'angolo. In generale, mi piace imbucarmi nelle chiese, anche se ho sempre il vago timore di farmi notare come quella fuori posto quando entro nella chiesa di un credo diverso dal mio. Quando ero in Norvegia sono entrata una domenica a messa in una chiesa luterana, era il giorno nazionale dei Sami e per puro caso avevo beccato la messa bilingue. Mi rincresce molto non averci capito nulla, ma avevo trovato l'esperienza molto interessante. Oggi a mio favore giocavano ben due fattori: nessuna barriera linguistica e lo status speciale della messa di oggi. Ospite d'onore e incaricata al sermone di oggi, infatti, era Margaret Atwood, e per questo l'evento era aperto a tutti.

Sono arrivata con un po' di anticipo per assicurarmi un posto a sedere e sono finita nel banco vicino a una adorabile signora che ha subito iniziato a fare conversazione con me. Un'appassionata di letteratura e di viaggi, che il prossimo anno andrà, guarda un po', a Roma e Firenze. Adoro quando le persone che mi capita di incontrare in modo assolutamente casuale si rivelano compatibili con me! Dopo un po' arriva una sua amica, che si siede di fianco a me, dall'altra parte. Mi presento anche a lei, le spiego cosa ci faccio qui a Toronto, le solite battute di rito fino alla conversazione più spicciola, cioè lei che mi chiede:
- Dopo la messa quali sono i tuoi progetti per il resto della giornata?
E io rispondo:
- Devo assolutamente fare una torta, domani è il compleanno di una collega e voglio preparare una torta da portare in ufficio.
Piccola premessa: prima mi ero intrattenuta a conversare di letteratura e viaggi con l'altra signora, e questa sembrava partecipare poco. Evidentemente non tutte le persone che la vita ci fa incontrare a caso sono compatibili. Ma a questa mia risposta le si illuminano gli occhi:
- Oh! Questo sì che è parlare!
Mi sbagliavo. C'è compatibilità anche con lei.
Ma guardatemi: seduta nel banco di una chiesa protestante a parlare di torte con due sessantenni. Mai mi ero sentita tanto compatibile anche con la desperate housewife Bree!

La messa  è durata tanto, perché era animata da danze e musica. Ho apprezzato moltissimo ogni singolo intervento musicale, soprattutto quelli eseguiti ad hoc per l'occasione, composti dalla Atwood stessa. Ho avuto anche il piacere di ascoltare una versione in musica che il coro ha eseguito della poesia The Tyger di Blake (sentirla in un contesto religioso mi ha fatto assaporare appieno quello che un componimento simile aveva significato per il suo autore. Messa in musica e per coro polifonico non ha fatto che esaltarne la bellezza. Posso dire di essermela oggi goduta nella sua veste migliore, questa poesia). Ma il vero punto di forza della messa, neanche a dirlo, è stato l'intervento della pluripremiata (e anche così è riduttivo) scrittrice. Salita al pulpito perché incaricata lei, quest'anno, a parlare in occasione della Craddock Lecture promossa da questa chiesa. Ha parlato della sua vita, dell'importanza di conoscere la Bibbia quando si studia la letteratura inglese, non si è risparmiata un riferimento alla questione delle biblioteche di Toronto (a rischio tagli per mano del nuovo, poco amato sindaco. La Atwood è diventata la paladina nella guerra ai tagli sulle biblioteche). A fine messa si è anche fermata per rispondere alle domande del pubblico ed è stato durante le domande che una sua frase mi ha colpito più di tutte le altre. Sosteneva quanto sia illimitato il potenziale artistico di un bambino, creatura in grado di imparare tutto al primo colpo, esprimersi con totale libertà nel disegno, nel canto, nella danza, ricettivo al massimo nelle lingue straniere. Fino a quel momento, nella vita, in cui si smette. Alla domanda quando ha deciso che sarebbe diventata un'artista lei ha risposto: "Non è che un giorno ho deciso che sarei diventata un'artista. Semplicemente non ho mai smesso di esserlo". Chapeau. Una lezione da conservare nel cuore.

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