Nelle università, nei luoghi di lavoro, nei caffè della metropoli sul Tamigi, questa generazione di espatriati tra i venti e i trent'anni, che va e viene per l'Europa con i voli a basso costo della Ryan Air, preferiscono avere un iPad che un'automobile e vive il nomadismo come un'espressione di libertà anziché come un limite, sta costruendo la società del futuro (...)
(Enrico Franceschini, La Repubblica del 17.10.2011, p. 27)
Estrapolo questa frase perché la sento molto mia, anche se mi sono ritrovata anche in diversi altri passaggi di questo articolo, intitolato L'Europa col doppio passaporto. Un articolo (anche) sui nuovi italiani, i figli degli immigrati e i figli delle coppie miste. Io appartengo alla generazione precedente, quando i bambini come me erano una rarità nelle scuole di provincia, e anche a livello nazionale costituivano una percentuale davvero cospicua. Io appartengo alla generazione precedente e ora, tra i venti e i trent'anni, come tanti altri miei coetanei non percepisco nemmeno più i confini interni all'Europa e ogni volta che scendo da un aereo Ryanair mi sento in un certo senso un po' a casa. E condivido pienamente l'idea dell'autore di questo articolo, cioè che il "nomadismo" che caratterizza la mia generazione sia un'espressione di libertà. È starsene relegati al proprio paesino di provincia a rappresentare un limite per me.
Stasera all'Istituto abbiamo proiettato Saturnia, un documentario sugli immigrati italiani in Canada arrivati a bordo dell'omonima nave. Una felice coincidenza aver letto quest'articolo appena poche ore prima. Appartengo a una famiglia che ha vissuto l'emigrazione sia nel ramo paterno che in quello materno, e sono sempre stata affascinata dalle storie di migranti. Io sono un'assidua low cost flyer e come tale ammiro moltissimo le persone che lasciavano tutto per imbarcarsi su una nave che dopo giorni e giorni le avrebbe portate molto lontano. Per la mia generazione le distanze quasi non esistono più. Per chi, come me, addirittura si appisola in aereo, a volte manca perfino il momento in cui si realizza che si sta attraversando una grande distanza, si sta saltando in un'altra cultura, addirittura in un altro fuso orario. Quando volo low cost per l'Europa, mi sveglio all'atterraggio in un Paese più o meno simile al mio e mi affido a quel grandissimo strumento che è la lingua inglese per comunicare. Potrei essere a un capo o a un altro dell'Europa e quasi non accorgermene, questo è il mondo per la mia generazione. E poi sento storie come quelle raccontate in Saturnia e vedo quanto sono cambiate le cose. Come sembrava enorme la distanza tra l'Italia e il Canada sessant'anni fa. Come sembrava straniero un Paese di cui non si conosceva la lingua. Come era estremo il lasciarsi tutto alle spalle, il lasciarsi tutti alle spalle, perché mantenersi in contatto era un'impresa difficilissima. Nell'era di Skype e della fotografia digitale è quasi difficile farsi cogliere dalla nostalgia. Viaggiare, fermarsi per un certo periodo in un altro posto, espatriare, per la mia generazione è quasi facile. Questa consapevolezza mi fa sentire grata per essere una figlia dei miei tempi.
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