Mettiamo le cose in chiaro da subito: non garantisco quanta fortuna potrà avere questo blog. L'ho aperto perché mi sembrava la cosa giusta da fare, anche se crescendo (invecchiando, sigh) mi sono sempre più allontanata dall'idea che sarei potuta essere una blogger. Per essere una blogger mancata, tanto vale non esserlo proprio. Il fatto è che, come chi mi conosce un po' bene sa, sono sempre stata attratta dai diari. La vita messa su carta mi affascina. Chi mi conosce un po' bene e da un po' di tempo sa anche che ruolo di spicco hanno avuto i diari al mio esame di maturità. Da brava figlia del digitale quale io mi ritengo, il passaggio dalla carta allo schermo è stato naturale, e per anni ho tenuto un archivio digitale delle mie annotazioni, prima privati e segreti documenti di Word e poi un blog, poi un altro, poi un altro. Da quando il mio tenere un diario è diventata un'esperienza digitale, però, ho perso il senso della continuità. E non mi sono mai trattenuta troppo a lungo su un blog. In questo sono rimasta molto old school: finito un quaderno, se ne riempie un altro. Finito un capitolo della mia vita, nell'era dei blog io tendevo a migrare su un'altra piattaforma. Solo Google mi saprebbe dire se i miei vecchi blog esistono ancora, ma non mi interessa granché scoprirlo. Il penultimo, il predecessore di questo, l'avevo aperto appositamente per il mio erasmus in Norvegia. Non l'ho aggiornato tanto quanto avrei voluto, e ne vado fiera: non sono certo stata sei mesi in un Paese bellissimo per starmene rintanata nella mia cameretta a scrivere un blog! (sorvoliamo sul fatto che io abbia però passato il primo mese rintanata nella mia camera in una condizione di semi-letargo. Ma dormivo: non potevo aggiornare il blog dormendo!) Mi fa piacere tornare a leggerlo - anche se adesso, dopo un master in traduzione editoriale, ci sono cose scritte lì sopra che non posso più vedere (ho dichiarato guerra alle cacofonie e agli avverbi in -mente. Sono cose che capitano) - soprattutto perché quei pochi ma buoni post che mi sono decisa a scrivere sono brillanti annotazioni del mio incontro con le altre culture con cui mi sono trovata a convivere durante i sei mesi norvegesi. Un incontro che, adoro sottolinearlo, è stato la più grande lezione che l'erasmus mi potesse lasciare. Quel blog è stato il depositario di questo genere di annotazioni. Alla vigilia della mia partenza per il Nord America, mi è sembrato doveroso poter disporre di nuovo di uno spazio per raccogliere simili tesori.
Una volta appurato che non sarei mai diventata veramente una blogger, ho lasciato che tutto quello che avevo da esprimere convogliasse nella fotografia. Quello è un ambito in cui posso constatare con enorme orgoglio una vera crescita personale. Siti come flickr e, prima, deviantArt, sono stati per me tanto importanti quanto i miei vecchi quaderni, i miei diari. Lo vedo soprattutto nei ritratti che ho fatto negli ultimi anni: c'è una buona componente di me in quelle foto, anche se le facce, i corpi sono di qualcun altro. Il modello (la modella, sono quasi sempre femmine i miei modelli) ci mette la faccia, ma io sono in grado di riconoscere anche una buona parte di me in quelle foto. Anche quelle sono un diario, a modo loro.
Non tutto può essere documentato con una macchina fotografica, però. Ed è stato in quei casi che un blog, soprattutto quello dell'erasmus, si è rivelato utile: mi ha permesso di fissare, a parole però, dei momenti. Non sarei potuta partire per il Canada senza la sicurezza di avere a disposizione uno spazio in cui immagazzinare questo genere di informazioni. Sono in Canada da più di un mese e non ho ancora avuto la necessità di venire a inaugurare questo blog - questo nuovo capitolo della mia vita, questo nuovo quaderno - ma era tutto predisposto e in attesa, nel caso mi si fosse presentata la necessità di venire a scriverci qualcosa. Un po' come i calzini di lana: li ho messi in valigia, in attesa del freddo. Ora sono in uno scatolone nel mio armadio qui a Toronto, insieme ai maglioni di lana e al resto della biancheria invernale, e aspettano solo il loro momento. Per questo blog, invece, il momento è arrivato adesso.
Non sento la necessità di stare a spiegare chi io sia e cosa ci faccia qui a Toronto. Il blog è online per il gusto di tenerlo accessibile anche al curiosone di passaggio (benvenuto!), ma se il curiosone di passaggio vorrà avere più informazioni su di me non le troverà scritte qui. Si tratta pur sempre di un mio diario, e io non ho certo bisogno di presentarmi a me stessa o ai miei cari (a cui prima o poi giungerà voce di questi post). Poco più sopra, i link ai miei profili fotografici e al blog dell'erasmus non li ho messi per niente: ci penseranno loro a fornire al curiosone di passaggio, ormai diventato un amico se ha letto fino a qui, tutte le informazioni che sta cercando sull'autrice di questo blog.
Perché oggi. Oggi mi sono incontrata con un ex compagno di corso di Oslo (cercavate la continuità?). Ne ho due, qui in Canada (fortunatamente entrambi qui in Ontario, e a due ore di macchina l'uno dall'altro, quindi "vicini"). Con una mi sono già vista diverse volte dal mio arrivo, con l'altro mi sono vista per la prima volta oggi. Toronto è la città più multietnica del pianeta, mi è stato detto, e in generale in Canada nessuno è propriamente del tutto "canadese", a parte i nativi. La storia di chiunque, qui, ad un certo punto nel passato, è una storia di migrazione. Nel caso della storia del mio amico, la migrazione è stata dalla Polonia. La cosa curiosa è che lui è l'unica persona di origini polacche che io conosca con cui ho sempre e solo parlato in inglese. Essendo cresciuto qui in Canada, è l'inglese la sua prima lingua, quella con cui si sente più a suo agio. E in inglese abbiamo sempre comunicato. C'è stato un episodio oggi, però, che ha tradito le origini polacche che abbiamo entrambi, ed è stato questo episodio a farmi sentire il bisogno di inaugurare questo blog. Un episodio che entra di diritto nella mia personalissima collezione di incontri culturali che ho vissuto e assaporato.
Le giornate di ottobre a Toronto sanno regalare delle piacevoli sorprese. Mattinate gelide che lasciano il posto a pomeriggi meravigliosamente soleggiati, in cui il cielo azzurro e terso è lo sfondo perfetto per gli alberi che stanno cambiando colore, il cui rosso e giallo delle foglie è reso ancora più saturo dalla luce autunnale, più moderata dell'accecante luce estiva, e capace di conferire toni più caldi a tutto ciò che illumina. Io e il mio amico ci siamo dati appuntamento in un centro commerciale per pranzo, ma finito di mangiare stare chiusi lì dentro sembrava quasi sacrilego, data la splendida giornata. Così abbiamo passato il resto del pomeriggio sulla terrazza dell'appartamento dove sto vivendo ora. Due settimane fa, su quella terrazza ho passato un'intera domenica a leggere e a prendere il sole, tra gli scoiattoli; abito in pieno centro, eppure non sembra affatto di essere in una metropoli. La mia terrazza mi è sembrata il posto ideale oggi per poter continuare a chiacchierare in pace (non ci vedevamo da due anni) senza perderci il tepore del sole di ottobre, e così ci siamo sistemati lì, io con una tazza di caffè, lui di tè. L'unico tè che gli ho potuto offrire, perché è l'unico che ho e che bevo più volentieri, era il tè verde sfuso. Se posso scegliere, preferisco il tè sfuso, soprattutto se verde, e quindi questo ho in casa. Di solito ne preparo un'intera caraffa e poi la bevo per tutto il pomeriggio, ma se ho poco tempo mi so anche accontentare di una sola tazza. Non sono solita filtrarlo: visto che lo lascio in infusione per parecchio tempo, quando mi decido a berlo le foglie si sono tranquillamente depositate sul fondo e non mi danno alcun fastidio. Ovviamente così è come lo bevo io, e non mi pongo mai il problema che qualcun altro possa essere abituato in un altro modo. Così oggi mi sono presentata dal mio amico con una tazza piena di acqua calda e il sacchetto di tè sfuso, invitandolo a mettersene quanto ne voleva. Ad un certo punto l'illuminazione:
- Vuoi un colino? Io non lo filtro mai, mi piace berlo con le foglie, ma se vuoi...
E lui risponde:
- Figurati! Non lo filtro mai nemmeno io.
Bere il tè con le foglie nella tazza è una cosa che ho visto sempre e solo fare dai polacchi. Io sono cresciuta in Italia, il mio amico in Canada, io e lui non abbiamo mai parlato in polacco e probabilmente non lo faremo mai. Per me lui è canadese, e lui mi ha sempre ritenuta italiana, ma nell'episodio del tè di oggi eravamo entrambi molto più polacchi di quanto non siamo soliti definirci. Sono questi gli episodi che mi piace vivere quando sono all'estero, e che mi piace annotare per non dimenticarli. Il blog l'ho aperto per questo, la mia collezione è di nuovo in aggiornamento.
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