10.8.12

Venticinque meno cinquanta

Avrei voluto avere venticinque anni negli anni Sessanta. Avrei sicuramente portato la minigonna più spesso di quanto non faccia ora, e il cerchietto in testa. Avrei fatto la stenografa alla Fiat e sarei andata in luna di miele sul Lago di Garda con la Cinquecento, o magari ci saremmo spinti fino a Venezia e quel viaggio, oh quel viaggio, sarebbe stato il ricordo più intenso a cui aggrapparmi nei momenti di sconforto che la vita matrimoniale mi avrebbe messo davanti.

Avrei potuto avere venticinque anni negli anni Ottanta. Sarei stata la figlia di quella stenografa che ha visto Torino negli anni di gloria. Avrei portato i jeans a vita altissima e le scarpe dalla suola piattissima e mi sarei laureata in Lingue a Torino. Francese, ovviamente. E poi un giorno avrei posato le mie chiappe foderate di jeans su un treno per Parigi e probabilmente non avrei mai più fatto ritorno. La versione ufficiale sarebbe stata che avevo trovato lavoro come interprete, ma in realtà in quella metropoli straniera avrei realizzato il sogno di vivere da donna indipendente, anche se per pagare l'affitto avrei fatto la cameriera.

E invece ho venticinque anni nel presente e non sono imparentata né con la stenografa né con l'emigrata. Non ho ancora realizzato né il sogno romantico dell'una, né il vero e proprio progetto d'indipendenza dell'altra, e questo perché mi sembra che ci siano troppe opzioni per dover scegliere a quest'età. Con che coraggio la ragazza che non sono stata negli anni Sessanta ha scelto a venticinque anni l'uomo al cui fianco passare tutta la vita? Con che coraggio la ragazza che non sono stata negli anni Ottanta ha mollato tutto per una città sola, in un mondo così grande? Perché non un altro uomo, perché non un altro posto?

Ho l'età per fare delle scelte, eppure nel presente in cui vivo non riesco a farle. Mi guardo intorno e vedo troppe opzioni. Non ho ancora imparato a vincolarmi a qualcuno o qualcosa per sempre. Chissà se le due ragazze che non sono stata l'avevano imparato quando si sono lanciate a capofitto nella storia delle loro vite?
Quando penso alle donne delle generazioni precedenti ho sempre addosso la vaga sensazione di essere un po' immatura al loro confronto. Ho permesso che la mia vita andasse avanti a ritmi lenti, mi sono concessa il lusso del tempo, e a ben vedere alla mia età non ho ancora cominciato niente, figuriamoci aver concluso qualcosa. Eppure non mi sembra sbagliato.

E se avessero sbagliato loro, a scegliere così presto, troppo presto?

6.7.12

Come te nessuna mai, Torino mia

Articoli come questo accendono qualcosa nel cuore dei torinesi. Siamo gente animata da un sincero orgoglio e da un incondizionato amore per la nostra città, è risaputo. L'ho visto rimbalzare sui social network dei miei amici torinesi quando è uscito. Anche di quegli amici torinesi che Torino l'hanno lasciata, come me. L'abbiamo lasciata per Roma o per Tokyo o per Cracovia ed è forse questo ad alimentare quel fuoco che ci si accende dentro quando vediamo "Torino" scritto da qualche parte dal nostro lontano angolo di mondo.

A dir la verità, io la Torino descritta in quell'articolo non l'ho praticamente mai vissuta. Ho fatto raramente l'aperitivo al Quadrilatero, non sono mai andata a ballare ai Murazzi, non ho mai assaggiato il bicerin in Piazza della Consolata, non faccio shopping nelle boutique d'autore e il Museo del Cinema trovo sacrilego non visitarlo (occupa il primo posto nella mia personalissima lista dei musei da me più volte visitati). Riconosco in tutta onestà che a chi non ha mai visto Torino l'articolo propone posti interessanti dove farsi un'idea dello spirito della città. Perché Torino è chic, e ad alcuni può venire necessario calarsi negli ambienti chic per iniziare a guardare la città dalla giusta prospettiva. Per me, però, non è stato necessario.


Perché poi ci siamo noi, che in quella città siamo cresciuti. Io a Torino non ho trascorso la mia infanzia, ma le do credito per avermi fatta crescere intellettualmente. E quello spirito chic sono riuscita a vederlo anche nei locali da studenti che frequentavo. Ho amato Torino nei giorni di sole seduta su una panchina di Piazza Vittorio tra una lezione e l'altra. Ho amato Torino nei giorni di pioggia al riparo sotto i portici di via Po. Sono salita sulla Mole diverse volte, ma nonostante quello mi sono laureata. Torino è sinonimo della mia vita da studentessa. Il caffè era quello dei bar della zona universitaria, ed è stato quello per cinque anni. Il gelato - al gianduja - quello di Fiorio, quando una pausa in un locale storico ci voleva proprio. Torino per me è il sushi di via Verdi e il kebab di via San Domenico, la pizza al taglio di Piazza Castello e la mensa universitaria di via Principe Amedeo. Torino è lo shopping nelle catene d'abbigliamento in via Roma o nei negozietti pseudoalternativi di via Garibaldi e via Po. Torino è la neve che cade fuori dal finestrino del tram, Torino sono i bagni di Palazzo Nuovo, Torino è stare seduta a piangere sul Lungopo Cadorna, Torino è tornare a casa con un nuovo libro.


Dove sono, allora, tutte le cose chic che leggo nell'articolo del New York Times e in cui apparentemente mi riconosco? Dov'è il battuto di fassone con il sale grosso, dove il bicchiere di Barolo delle sei di sera, dove il caffè con il cucchiaino d'argento in una tazzina così antica che con alte probabilità è la stessa da cui bevve Cavour? Io non ho bisogno di quella spruzzata di eleganza e buongusto per sentire lo spirito di Torino. Perché lo conosco. Torino è chic anche a guardarla dai bagni di Porta Nuova. Anche passeggiando per i Murazzi di lunedì mattina, quando l'odore di un week-end di eccessi non si è ancora dissipato. Anche quando piove per il quinto giorno consecutivo. (Ma poi, Torino sotto la pioggia è ancora più bella che sotto il sole, soprattutto d'inverno quando le pozzanghere moltiplicano l'effetto delle luci d'artista. Ma questo è un altro discorso.) L'articolo recentemente apparso sul New York Times è un ottimo biglietto da visita per una delle città più affascinanti in cui io sia mai stata (e a cui devo cinque anni della mia vita). Indirizza il lettore - nonché, si spera, futuro visitatore - a godere in 36 ore della Torino epicurea. Trentasei ore sono sufficienti, a mio avviso, per capire con che genere di città si ha a che fare. Una volta conosciuta quell'eleganza sofisticata che sa non farsi mai soffocare completamente, ci si accorgerà che a Torino la si respira ovunque. Perché è quello lo spirito che rende una città vecchissima così meravigliosamente giovane.

1.7.12

Una, nessuna e centomila

L'oscurità che si abbatteva ogni giorno troppo presto sulle mie giornate a Oslo e un budget limitato per sopravvivere sei mesi nella città più cara del mondo hanno contribuito a definire quelle che sarebbero diventate le abitudini alimentari del mio soggiorno norvegese. Un solo pasto caldo al giorno, tantissimo salmone perché costava meno del pollo, tantissima cioccolata norvegese perché si era rivelata essere la cosa più buona che io avessi mai assaggiato e una dipendenza dal caffè da asporto perché almeno tiene calde le mani quando esplori la città a diciotto gradi sottozero. Per sei mesi ho praticamente detto addio alla pasta e ai formaggi, a parte qualche rara occasione in cui mi sono piegata agli spagetti o al formaggio "Norvegia" nei panini. Quando si parte per un erasmus la parola d'ordine è: adattamento. Come mi sono adattata a giornate prive di luce in inverno e prive di buio in estate, a uno studentato dove almeno una volta alla settimana suona l'allarme antincendio, a una città meravigliosa ma popolata da persone che non sorridono, mi sono anche adeguata alle nuove abitudini alimentari che sono entrate in modo naturale a far parte della mia routine. Mi sono appesa uno specchio in camera, cosa che non avevo a casa mia, e la vista della mia faccia sbattuta nel weekend mi ha insegnato a truccarmi anche nei giorni in cui non avevo bisogno di uscire di casa. I saldi nelle catene di abbigliamento svedesi H&M e Lindex hanno completato il quadro: ho accolto nel mio guardaroba fiori, pizzi e pallini. Vestiti con cui mi sarei sentita vagamente a disagio a casa, ma che a Oslo si intonavano a meraviglia con l'ambiente e con il mio umore. Tutti questi piccoli cambiamenti mi sembravano una naturale conseguenza dello spirito di adattamento: cibo diverso, vestiti diversi... Mi sarei accorta più tardi che invece erano qualcosa di più: la ragazza dimagrita, griffata Lindex, che si aggirava per le strade di Oslo con un caffè Deli De Luca in mano altri non era che la mia identità norvegese.

Quando sono andata a vivere a Pisa, invece di perdere quattro chili ne ho presi tre. Oltre ai quattro persi in Norvegia, che nel frattempo avevo recuperato. A Pisa la parola d'ordine è stata: cibo. Sette mesi di vita in Toscana hanno rallentato i miei ritmi. Per due giorni alla settimana ero impegnata all'università, e gli altri cinque li passavo in casa. Quando non ero davanti al computer a tradurre, ero in cucina a sperimentare. Lasagne a nove strati con il ragù fatto in casa, lasagne al pesto con pecorino e pinoli, lonza al forno con i pomodori secchi e la mozzarella, fettina di pollo con doppia impanatura, melanzane alla parmigiana, lenticchie al curry e cocco, prosciutto crudo con un melone dolcissimo, torta al cioccolato con la crema di lamponi, polenta concia con tanto burro fuso, minestrone di verdure miste con il semolino, il pollo all'ananas della mia coinquilina, la pasta al limone del mio coinquilino, l'olio d'oliva extravergine artigianale, la crema di limoncello fatta con i limoni del nostro giardino. E dopo ogni pasto il caffè della moka. La mia identità pisana, la cuoca provetta che ha perso di vista il pesoforma, andava a ballare nei weekend. E andava ad assistere a match d'improvvisazione teatrale. E ha conosciuto le gioie del vivere con un gatto.

Nei tre mesi che ho passato a Toronto mi sono fatta conoscere per le mie torte. Ho fatto incetta di utensili e coloranti e ho dato pieno sfogo alla mia creatività. Credo di aver fatto storia, con le mie torte, nell'ufficio dove ho lavorato in quel periodo. Durante il mio soggiorno canadese ho avuto la possibilità di stare a stretto contatto con un ambiente culturale molto stimolante, ho lavorato come fotografa ufficiale agli eventi promossi dall'Istituto, ho conosciuto un ampio spettro di personalità legate a quest'ambiente e non solo. La mia identità canadese era vestita business casual, mangiava sushi almeno una volta alla settimana, aveva le unghie lunghissime e sempre curate, si intratteneva a chiacchierare con i consoli di diversi Paesi europei, degustava birre canadesi e soprattutto faceva le torte. Torte bellissime. La mia identità canadese è stata quella che ha sperimentato per la prima volta la sensazione di non essere più una studentessa ma di aver iniziato a funzionare nel mondo degli adulti.

E poi sono andata a stare a New York e un nuovo stile di vita si è imposto sulle mie giornate. Nel giro di una settimana, avevo già preso pieno possesso di quella che sarebbe stata la mia nuova identità per quel soggiorno. Cinque chili in meno, pantaloni neri dentro gli stivali, unghie cortissime, un fiore tra i capelli legati. Sempre un filo di trucco, sempre un sorriso sulle labbra. Parlavo quattro lingue contemporaneamente, davo lezioni di italiano, frequentavo ristoranti messicani e tornavo a casa in taxi a notte fonda. E poi, verso la fine del mio soggiorno, me ne sono andata tutta sola a vedere il sole tramontare in California. Non ho fatto nemmeno una torta durante il mio soggiorno a New York, non ero più la persona che ero stata pochi mesi prima a Toronto, ero qualcun altro. A New York ero di passaggio, ero una ventata d'aria nelle vite delle persone che ho conosciuto. Sono tornata, e quella ventata è sparita. Anche quell'identità di appena pochi mesi fa non fa più parte di me.

Ora mi sono trasferita a Cracovia e so che sto di nuovo cambiando. Non sono la persona che ero a New York, non sono la persona che ero nei miei viaggi precedenti, e so di non essere nemmeno la persona che sono quando vivo a casa mia. Non ho ancora del tutto inquadrato la mia nuova identità, ma sento che si sta forgiando. Perché mi succede? Non lo so. Credo sia qualcosa che va oltre lo spirito di adattamento a un nuovo posto. È più una necessità di dover cambiare qualcosa di se stessi in modo da essere in grado di funzionare in un ambiente diverso da quello in cui si è cresciuti. Una sorta di manovra di sopravvivenza che protegge l'identità che si ha alla partenza e la mantiene intatta per quando si fa ritorno. E che rende facile, diciamolo, il procedimento di adattamento a un nuovo posto.

14.6.12

Guardando da lontano

Il mio piccolo paese, il posto dove sono cresciuta, è in lutto. Pochi giorni fa ha perso uno dei suoi giovani; sono pochi quelli della mia generazione ad essersene già andati. Su facebook ha rimbalzato per due giorni l'invito a partecipare alla cerimonia per dirgli addio, se fossi stata a casa avrei sicuramente presenziato.

Sono almeno quindici anni che avevo perso di vista Luca, vedo le sue foto ora nei vari articoli dedicati alla sua morte e mi rendo conto che se l'avessi incontrato per strada non l'avrei riconosciuto. I miei ricordi di lui risalgono a vent'anni fa: un bambino che giocava con noi dal balcone quando non lo lasciavano scendere in cortile. "Guarda, c'è Luca", e andavamo a parlare con lui da sotto il suo balcone. Mi rendo conto che questo è praticamente l'unico ricordo che ho di lui: il bambino sul balcone. Chissà perché non lo lasciavano mai scendere a giocare con noi? Forse perché era ancora troppo piccolo. Lui, classe '88, era il più piccolo.

Non ho più saputo niente di Luca negli ultimi quindici anni, anche vivendo in un piccolo paese dove si conoscono tutti ci si riesce a perdere di vista, ma se fossi stata a casa sarei andata anch'io a dirgli addio. E invece sono lontana da casa, lontana dal mio piccolo paese, e tutto sommato sono felice perché io dal mio piccolo paese me ne volevo andare, e pure dall'Italia mi volevo allontanare e tutto sommato sono contenta che sia andata così. Però quando succedono queste cose questa lontananza si fa sentire. Quando si cresce in un piccolo paese, per quanto si possa arrivare a odiarlo, non si riuscirà mai a scrollarsi di dosso la sensazione di farne parte nel profondo. Non conoscevo più Luca, ma Luca faceva parte di quella stessa comunità cui io apparterrò per sempre, per quanto lontano mi ostini a scappare. È in quanto membro di quella comunità che oggi mi sembra mi manchi qualcosa, perché sento che sia dovere della comunità stringersi attorno alla famiglia colpita dal lutto per condividere il suo dolore e l'impossibilità di farlo mi fa sentire che oggi mi manchi qualcosa. L'impossibilità di far parte della comunità che oggi ha detto addio a uno dei suoi giovani un po' mi fa soffrire. È uno di quei momenti in cui riesci a mettere a fuoco certe cose solo guardandole da lontano.

15.5.12

Essere turisti a New York non è abbastanza

Recentemente, scorrendo la sempre gravida homepage di Facebook, mi sono resa conto che nel corso degli ultimi mesi un sacco di gente che conosco è stata a New York, o ci andrà a breve. Una statistica bizzarra. Il fatto che io abbia più di cinquecento "amici" sicuramente aiuta a incrementare le probabilità di avere gente tra i propri contatti che di recente è stata nella Grande Mela: se in media un amico su cento va a New York, non mi dovrebbe stupire il fatto che io ne abbia cinque o sei. Ma la cosa mi ha stupito comunque, perché tra queste persone non c'è assolutamente alcun legame, ho conosciuto ognuna in contesti ben distinti e le uniche due cose che le accomunano sono il fatto che conoscono me e che sono recentemente state nella città americana. Si potrebbe giungere alla conclusione che New York sia una meta davvero universale, poiché ha attratto e attira persone tanto diverse l'una dall'altra. New York offre di tutto, chiunque a New York trova quello che cerca.

Nonostante le persone che conosco che sono state a New York siano tanto diverse l'una dall'altra, ci sono aspetti dei loro viaggi nella metropoli americana che sono comuni quasi a tutti e che appiattiscono drasticamente la varietà umana che normalmente le caratterizza. Sto ovviamente parlando dei classici intramontabili della propria prima volta a New York: la Statua della Libertà, il caffè da Starbucks, le foto fatte nei musei (per far vedere agli amici che la vacanza ha avuto anche un aspetto culturale) e quelle fatte dalla cima dell'Empire State Building, per citarne alcuni. Nonostante New York proponga un'infinità enorme di attrazioni, la prima volta che la si visita, gran parte del tempo viene comunque impiegata per vedere quello che abbiamo già visto in milioni di foto, cartoline, film, siti internet. New York è negli occhi di tutti, chiunque è in grado di elencare almeno cinque monumenti di New York anche senza aver mai fatto grandi ricerche in merito. Eppure, quando si è là per la prima volta, quasi si cerca una conferma di quello che conoscono tutti e si vogliono vedere coi propri occhi quei monumenti che la cultura popolare ci propone regolarmente.

Non c'è niente di male nel voler fare il turista a tutti i costi, anch'io l'ho fatto a suo tempo. Nei quattro giorni che ho trascorso a New York la mia prima volta ho trascinato mia madre in cima all'Empire State Building, l'ho portata a perderci in giro per Central Park in cerca del monumento a Balto (e questo senza aver provato prima a localizzarlo su una mappa, ma confidando che mi ci sarei imbattuta per caso perché ho molta fortuna. Ovviamente non l'ho trovato), ero curiosa di vedere Times Square, Ground Zero, il ponte di Brooklyn e la Statua della Libertà, volevo a tutti i costi prendere il caffè da Starbucks e comprarmi l'originalissima maglietta "I <3 NY", avevo perfino il pallino di Battery Park perché i Cranberries ci avevano girato un video e non potevo certo perdermi la possibilità di farmi una foto in quella che era stata la location di un loro video! Va bene tutto, era la mia prima volta a New York e forse è giusto che la prima volta sia per tutti così tremendamente... standard.

Ma New York offre molto di più. Su questo punto insiste l'autrice di quest'articolo, nel quale cerca di convincere il visitatore ad abbandonare il sentiero battuto per esplorare nuove strade. Nel suo decalogo ho riconosciuto lo spirito che mi ha animato la mia seconda volta a New York, quella in cui mi sono sentita meno turista e più parte della sua incredibile popolazione. Ma andiamo con ordine.

Il primo punto insiste sul disertare i musei più gettonati e dare invece una chance a quelli minori. Ho obbedito a metà, nel senso che in due mesi ho trovato il tempo appena per un museo, uno di quelli gettonati. Non il MOMA o il Metropolitan, ma quello di Scienze Naturali. Ero rimasta così affascinata dagli scheletri dei dinosauri al Royal Ontario Museum di Toronto da non essere riuscita a sfuggire al loro richiamo nell'affine museo newyorchese. Come mi ha suggerito di fare la mia guida (anche spirituale), ovvero la signora con cui ho abitato durante la mia permanenza a New York, ho ignorato il prezzo del biglietto che mi è stato suggerito all'ingresso e ho trascorso mezza giornata a vagare per le sale del museo per 5$:
- Potresti anche pagare 25 centesimi, a loro non interessa.
- Sì, ma è un museo. Bisogna supportare l'attività di un museo!
- Figliola, non hai idea degli sponsor che ci sono dietro a un museo come quello. Se ti fa sentire meno in colpa dai 5$, ma di più non è davvero necessario.
E così ho fatto. Mentre dicevo alla cassa: "I wish to pay 5$" mi sentivo come se stessi rubando qualcosa, ma ho cercato di ripetermi che d'altronde sono solo una povera studentessa viaggiatrice e che i miei cinque dollari erano pur sempre meglio di 25 centesimi.

La Statua della Libertà. Vorrei dire che stavolta non ho nessuna foto che la ritrae, ma in realtà ne ho una, scattata da Brooklyn mentre testavo il mio nuovo grandangolo in una freddissima domenica di metà gennaio. La si vede in lontananza. Quando ero stata la prima volta a New York avevo provato l'esperienza del traghetto gratuito per Staten Island da cui mi ero goduta la vista della signora con la fiaccola e il libro. Sebbene non mi interessasse ripetere l'esperienza e non fossi particolarmente attratta dalla Statua della Libertà al punto di volerla rivedere stavolta, una sera di dicembre un ragazzo con cui i miei cugini mi avevano organizzato un appuntamento mi aveva portata al Liberty State Park, nel New Jersey, da dove l'avevo vista da una prospettiva diversa. Quindi sì, la Statua della Libertà l'ho rivista, ma è stato per caso. Non mi interessa più, dopo che la si è vista una volta, perde tutto il suo appeal. Come la Sirenetta di Copenaghen.

Central Park l'ho evitato come la peste, dopo il vagabondaggio a caso della prima volta. Mi sono ritrovata a costeggiarlo tutti i giorni, perché ci passavo per raggiungere il Columbus Circle da cui prendevo la metropolitana, ma non mi ci sono mai più avventurata. C'è stata una volta in cui avrei voluto avere il tempo per passeggiarci, possibilmente con la macchina fotografica, il giorno dopo un'abbondante nevicata, perché era tutto bianco e immerso nella foschia. Mi sono incantata a guardare il meraviglioso spettacolo che mi si parava davanti agli occhi mentre percorrevo Central Park South, ma non avevo il tempo per fermarmi, e soprattutto non avevo la reflex con me. In ogni caso, non ho più sentito il bisogno di camminare per Central Park. Di scoiattoli ne avevo visti abbastanza a Toronto e per una semplice passeggiata nel verde e una sosta su una panchina a questo giro ho preferito Washington Square.

Devo purtroppo ammettere di essere caduta nella trappola di Magnolia, e di aver infranto la regola numero 5. A spingermi lì non è stato, però, Sex And The City. Non ho mai seguito quel telefilm. Ad accendere la curiosità nei confronti di quella pasticceria è stato il consiglio di una ragazza polacca che ho conosciuto a New York, che mi ha assicurato che lì avrei trovato una delle migliori Red Velvet della città. Ci sono capitata quasi per caso; stavo percorrendo Bleecker Street senza una precisa meta, quando mi ci sono ritrovata davanti e non ho saputo resistere all'impulso di entrare ad assaggiare uno dei loro cupcake. Devo ammettere che un po' sono rimasta delusa, avevo fatto un sacco di ricerche sulla Red Velvet pochi mesi prima e vedere che loro la proponevano con una crema che non è quella canonica mi ha un po' spiazzato. In un certo senso, però, ho anche rispettato la regola numero 5, perché se da Magnolia sono capitata per un motivo non attinente al celebre telefilm che ha reso famoso il negozio, mi sono trattenuta dall'andare a fare due ore di coda per entrate nella pasticceria di Buddy Valastro, di cui sono invece una grande fan. La pasticceria Carlo's l'ho vista da fuori, quella stessa sera in cui il mio mancato spasimante mi ha portato a Jersey City. È bastato che accennassi alla mia passione per Il Boss delle torte perché il diligente ragazzo mi caricasse in macchina e mi portasse a Hoboken. Nonostante quello, però, non gli ho concesso un secondo appuntamento.

La questione dei film e degli spettacoli la dovrei un po' adattare e dovrei fondere, quindi, insieme le regole 6 e 9. Una cosa che non ero riuscita a fare la mia prima volta a New York era stata andare a vedere un musical di Broadway. Questa volta sono partita con l'intento di vedere almeno Mamma Mia! e The Phantom of the Opera, ma mi è andata male e la visione di questi due colossi di Broadway è sulla lista delle cose che farò la mia terza volta a New York. In compenso, però, ho avuto l'occasione di andare a vedere uno spettacolo di una compagnia minore, in un teatro minore e in lingua spagnola, ovvero l'adattamento drammatico di Crónica de una muerte anunciada di García Márquez. Ah, quanto adoro le produzioni minori.

Per quanto riguarda lo shopping, non sono stata a Canal Street e quindi dovrei dissociarmi dalla regola numero 7. Però sono stata da Century 21, e questo più di una volta. Quello è sinonimo di turista tanto quanto le magliette "I <3 NY". Anche da Victoria's Secret sono stata molto spesso, e anche quello è un posto molto gettonato dalle turiste (ricordo una coppia di turisti italiani che era venuta a chiedermi dove fosse la Victoria's Secret più vicina perché dovevano assolutamente andare a farci compere). Ma la celebre catena di intimo è frequentata in ugual misura anche dalle newyorchesi, e quindi lì mi è sempre stato più facile mimetizzarmi e passare per una del posto. Tranne una volta. Mi avvicino alla cassa e poso l'ennesimo carico di mutande sul banco. Al braccio ho appesa una borsa di Century 21. - Da dove vieni? - chiede subito la commessa. Beccata. Tiro fuori la carta di credito italiana e le racconto la mia storia.

In definitiva, dopo la mia seconda volta a New York ho trovato molto interessanti i punti descritti nell'articolo. Sicuramente come mi sono vissuta questa volta la Grande Mela, immergendomi nella sua realtà culturale più profonda e stando a stretto contatto con la sua gente, è stato molto più gratificante del frenetico seguire la lista dei posti imperdibili che aveva caratterizzato la mia prima volta. Ma non biasimo il first timer che disubbidirà alle regole elencate in quell'articolo. Perché l'ho fatto anch'io, a suo tempo, e ho dei bellissimi ricordi di quando anch'io ho posato, come milioni di persone prima di me e in modo assolutamente poco originale, davanti alla Statua della Libertà o sul ponte di Brooklyn.

12.5.12

Che l'est diventi l'ovest e abbiano inizio le danze

Ieri mi sono seduta a un tavolino di Starbucks, posto che sono solita definire sopravvalutato e troppo caro. E che serve un caffè che non è poi mica così buono come vogliono far credere, io ci trovo un retrogusto di bruciacchiato che non mi piace per niente. (Lo so che hanno lanciato il nuovo Blonde Roast che avrebbe forse potuto farmi ricredere su quest'ultimo punto, ma finché ero a New York non ho mai voluto tradire l'abitudine di farmi offrire il caffè da Joseph in un bar ben più esclusivo che Starbucks.) Non nego che ci sono state occasioni in cui anche io ho apprezzato la celebre catena americana. Tipo quando mi sono goduta un frappuccino a Francoforte o quando me ne sono goduto uno a Siviglia. Da Starbucks ho fatto la mia prima colazione a Toronto (ma dal giorno dopo sono diventata cliente fissa di Tim Hortons) e anche la mia prima colazione a Los Angeles (la prima colazione ufficiale, perché ufficiosamente qualche ora prima, quando il pullman si era fermato per un quarto d'ora a Santa Barbara al sorgere del sole, ero scesa a prendere un caffè French Vanilla e una brioche in uno squallido bar da fermata Greyhound). Ieri forse è stato un momentaneo attacco di nostalgia di New York, o forse di nostalgia per quella vita "neither here nor there" che mi piace condurre e che mi manca quando mi fermo in un posto, ma avevo un'ora da passare tra un appuntamento e un altro e ho deciso di trascorrerla da Starbucks. I lati positivi sono tanti: un frappuccino riesco a farlo durare abbastanza a lungo da non sentirmi in colpa per il fatto che sto occupando un tavolino per un sacco di tempo fondamentalmente perché sto scroccando internet. E, appunto, il fatto che abbiano la connessione wifi è un grande punto a loro favore. E poi il frappuccino, tutto sommato, è buono.

Dunque mentre me ne stavo seduta lì a mangiare col cucchiaio la panna dal mio beverone al caffè ho deciso di chiamare mia madre per darle un segnale di vita, ogni tanto se l'aspetta. L'ho chiamata su Skype dal mio smartphone nuovo fiammante. E mentre ero lì che facevo questa telefonata che non mi costava nulla mi ha colpito il pensiero che sono proprio cambiate tante cose da una manciata di anni a questa parte. A un tavolino di Starbucks in un centro commerciale di tre piani a usare la connessione wifi gratis, questo offre la Cracovia di oggi, dimostrandosi decisamente non la città che conoscevo qualche anno fa. Quando non avrei mai creduto che Cracovia avrebbe fatto così in fretta un salto in avanti verso una modernità un po' standard ma comunque ai limiti dell'inimmaginabile non troppo tempo fa. Quando non avrei mai giurato che sarebbe stata proprio Cracovia, e non Torino, a offrirmi interessanti prospettive lavorative. Per la prima volta in vita mia mi sto ritrovando a trascorrere maggio a Cracovia. Nemmeno due mesi fa raccontavo a un amico a New York quanto è incantevole l'Europa a maggio. Cracovia a maggio non l'avevo ancora mai vista...

Seduta a quel tavolino di Starbucks potevo essere a Francoforte come a Los Angeles e invece ero nella città dell'Est Europa a me più cara. E sarà il diverso spirito che mi ha portato a Cracovia questa volta, sarà la stagione diversa, sarà che non mi sono ancora del tutto scrollata di dosso l'aria di quella che è appena tornata dal Nord America, ma non ho mai sentito Cracovia tanto occidentale come a quel tavolino ieri pomeriggio. Cracovia mi ha colpito, erano anni che non succedeva.

14.2.12

Nuova Amsterdam

Ho trascorso tre mesi a Toronto e l'ho lasciata con la consapevolezza di essere riuscita a volerle bene. Non mi sono innamorata di Toronto, ma posso dire che siamo diventate amiche. Ho trovato in lei una città vibrante di cultura, ricca di sfumature, cordiale e sorridente. L'ho trovata calda, accogliente, mi ha saputo offrire l'autunno più mite che aveva in serbo da anni. Toronto e la sua multiculturalità. Toronto e i suoi procioni. Toronto e i suoi Tim Hortons. Gente in coda fuori dai cinema. Foglie d'acero impresse sui marciapiedi.
Non mi sono innamorata di Toronto. Ma ho imparato a volerle bene.

New York l'ho vista per la prima volta nel 2004, avevo diciott'anni ancora da compiere. La prima impressione sono state le miriadi di luci dall'alto mentre il mio aereo atterrava al JFK una sera di giugno. È stato un attimo, come quando incroci due occhi bellissimi in metropolitana e sai subito che la cosa finisce lì. La seconda impressione è arrivata qualche settimana dopo, quando ho finalmente avuto occasione di visitarla. La seconda impressione è stata tutta la sua verticalità osservata dal tettuccio scopribile della macchina che mi stava scarrozzando lungo la 6th Avenue. Avevo diciott'anni da compiere e ne sapevo poco del mondo fuori dall'Italia o dalla Polonia. New York ha la capacità di rapire il cuore del viaggiatore più esperto, figuriamoci se quello di una ragazzina di provincia non era preda facile. Quando mi sono ritrovata per la prima volta in mezzo a quell'esagerazione meravigliosa di luci e colori che è Times Square ho capito che un pezzo di cuore l'avrei lasciato lì. Da quando sono tornata allora ho una cartolina di Times Square appesa sopra alla scrivania in camera mia che mi ricorda dove devo andarlo a cercare, quel pezzo del mio cuore, un giorno, in caso mi servisse. (Non ho mai sentito la necessità di recuperarlo, quel pezzo del mio cuore tutto sommato sta bene lì.) Per anni, ragazzina ingenua che non aveva visto niente del mondo, ho additato New York come la città più bella del mondo. Poi ho iniziato a scoprire l'Europa.

Con Oslo è stato amore a prima vista. Nel momento in cui le suole delle mie scarpe hanno toccato la pista dell'aeroporto Torp ho sentito che mi stava succedendo quella stessa cosa provata a Times Square e non mi sbagliavo. Ho passato tre giorni a Oslo e quando sono salita sull'aereo che mi avrebbe riportato a casa ho fatto una promessa. Sarei tornata, per starci. Per concederci tempo, per conoscerci meglio. E l'ho fatto. Io e Oslo abbiamo avuto una splendida relazione lunga sei mesi, coronata tra l'altro dal semestre più bello e gratificante della mia carriera accademica. Alla fine del mio semestre di scambio l'ho lasciata, ma sono tornata a trovarla due volte. Ogni volta, salendo la scaletta dell'aereo che mi riporta in Italia, prometto alla capitale scandinava che non è l'ultima volta. Ho un debito emozionale enorme nei confronti di Oslo, quando è stata teatro dell'orribile carneficina della scorsa estate il mio cuore ha sanguinato con lei. (Un altro pezzo del mio cuore, se dovessi mai andare a recuperarlo, è sulla spiaggia a Bygdøy che si gode tutti i tramonti dell'anno.)

Sono tornata a New York dopo sette anni. Sette anni che mi hanno vista passare attraverso la maturità, due lauree, un master, diventare maggiorenne, prendere la patente, perdere un paio di amici (una è morta, uno è vivo), perdere la testa per un paio di persone, due cambi di macchina fotografica. E tanti viaggi, tante canzoni e tanti libri. Sono tornata cresciuta, con l'Europa negli occhi. Sono tornata a Times Square a vedere che effetto mi avrebbe fatto, e non mi sono stupita quando il mio cuore non ha accelerato il battito. Certo, la sera mi fa sempre un certo effetto, anche perché sette anni fa non avevo visto Times Square di notte. Ma non è il lato turistico di New York a sedurmi questa volta. Questa volta il mio cuore l'ho lasciato nel West Village. Potrei passare tutte le domeniche a passeggiare lungo Bleecker Street con un caffè da asporto in una mano e un red velvet cupcake nell'altra. A passeggiare per quelle stradine modellate sulle città europee. Sette anni dopo, la laurea in Lingue e l'infatuazione per tutto ciò che è europeo mi hanno resa sensibile a questo lato della città che nel 2004 rapì il mio cuore di turista. Non sono più una turista, adesso, o almeno non solo.

Quello che mi ha colpito e che ho apprezzato di Toronto è il suo essere diversa dalle città europee. Toronto restituisce appieno la sensazione di trovarsi in una realtà metropolitana del Nord America, e lo fa con stile. New York è la metropoli nordamericana per antonomasia, ma le sensazioni che dà non sono le stesse che ho provato a Toronto. New York è una città profondamente europea ed è questo che me la fa amare sette anni dopo. È un amore diverso, più adulto; non la cotta per gli stereotipi scintillanti che ho preso a diciassette anni, ma il ritrovare nell'oggetto esattamente quello che mi piace, esattamente quello che cerco.

15.1.12

Averci l'età

Ho venticinque anni e ne dimostro un po' di meno. Lo so. Saranno i capelli che porto, saranno i retaggi della mia splendida infanzia (prolungata finché mi è stato possibile), resta il fatto che io dimostro qualche anno di meno. La cosa salta puntualmente fuori quando mi imbatto in qualcuno che non conosce la mia età. Non molti giorni fa, ad esempio, è successo di nuovo: alla reception di un palazzo dove ho fatto una consegna mi hanno chiesto quanti anni ho. "Venticinque." ("Perché diavolo me lo stai chiedendo", pensavo.) "Ah. Te ne avrei dati diciannove, hai il viso molto giovane."
Diciannove. Onesto.

Il top per me è stato quando tre anni fa me ne sono stati dati quindici. Avevo accompagnato in banca mia nonna, e per qualche bega burocratica serviva una firma di una persona in più e mia nonna indica all'impiegata me, accomodata su un divanetto nell'area di attesa. L'impiegata guarda con tenerezza mia nonna: "Ma è già maggiorenne? Sennò non può firmare." Mia nonna che dice: "Ha preso la laurea triennale il mese scorso." L'impiegata che avrebbe fatto una figura migliore se non avesse ribattuto rivolta verso di me, che nel frattempo mi ero avvicinata: "Signorina, complimenti! Le avrei dato quindici anni!".
Quindici. Stiamo scherzando?

Ho perso il conto delle volte in cui, negli ultimi cinque anni, mi sono sentita rivolgere domande idiote tipo:
"Che scuola fai?"
"Ma sei già maggiorenne?"
"Ma ce l'hai già la patente?" (patèènte, questa va pronunciata con un marcato accento piemontese)
O quando la scorsa estate una cameriera di almeno tre anni più giovane di me si è girata verso mia madre dopo che avevo ordinato una birra per chiedere: "Ma la ragazzina ha già diciotto anni?" Stavolta la risposta della laurea l'ha sfoderata mia madre: "La ragazzina ha già finito la specialistica."
Cameriera dei miei stivali, "ragazzina" lo dici a qualcun altro. Anzi, chiamami pure Dottoressa, va.

Queste frasi mi irritano moltissimo.
C'è chi dice che dovrei sentirmi lusingata. Molto bene, a me queste frasi non fanno sentire lusingata neanche un po'. Non mi viene attribuita un'età minore: mi viene attribuita un'età immatura. Vengono annullati i miei anni dell'università, che sono stati forse i miei anni migliori. Viene annullata un sacco di roba che ho imparato su me stessa negli ultimi anni e questa cosa non mi rende mica tanto felice.

Poi, oggi, ho finalmente sentito una versione di questi soliti commenti che mi ha davvero fatto piacere. Oggi mi sono sentita dire: "A vederti ridere sembri una ragazzina, dal tuo modo di porti, relazionarti, sorridere non ti darei più di vent'anni. Però so che hai finito gli studi, quello è un fattore da tenere in conto, e quindi sicuramente qualche anno in più ce l'hai."
GRAZIE! Grazie per aver tenuto in conto la mia vera storia, i miei anni di università, ciò di cui vado più fiera. Il messaggio era lo stesso: dimostro meno anni, ed è una cosa tutto sommato positiva. Li dimostro, non vuol dire che quegli anni immaturi io li abbia. Per una volta il tentativo di fare un complimento al mio aspetto giovane non ha screditato i miei anni migliori. Finalmente qualcuno è riuscito a formularla nel modo giusto.

E comunque ho passato i venticinque, non si scherza: la strada verso i trenta è in discesa, ora. L'osservatore attento (o il ritrattista di turno) non si fa certo sfuggire quelle rughe d'espressione che segnano che l'età in cui mi si poteva definire una ragazzina è ormai finita. Io, ritrattista di turno, mi ritrovo ogni tanto a lamentarmene, perché comunque le rughe sono una cosa bestiale, sono informazioni che ti porti scritte in faccia tanto eloquenti quanto i lineamenti o il colore degli occhi. Tutto sommato, però, le rughe d'espressione non sono poi così male. Segnano la piega che prende una faccia quando si fanno spesso determinate espressioni. Le mie rughe me le sono provocate quasi tutte sorridendo. A ben vedere, le mie rughe d'espressione non sono altro che il segno più visibile del fatto che negli ultimi anni ho sorriso davvero un sacco e se l'ho fatto è perché oggettivamente mi sono goduta la vita. Per favore, guardate attentamente la mia faccia e vedeteli, quei segni di una vita passata a sorridere. Non datemi diciannove anni: a diciannove anni la vita che faccio da qualche anno a questa parte me la sognavo e non la immaginavo neanche lontanamente. Non eliminate a priori tanti anni che ho trascorso godendomi la vita, per favore. Datemeli tutti.

30.12.11

Natale: il conforto della genetica

Il mio Natale quest'anno è stato un Natale senza regali da fare né da ricevere. Un paio di pacchetti sotto l'albero li ho trovati, ed è stato molto carino perché non me li aspettavo, ma i patti erano non dare e non ricevere. Dato che lo stress legato ai regali da fare è tra le dieci cose che mi fanno piangere di più ogni anno (perché riesco a consumarmi i nervi a livelli esagerati), tutto sommato non mi è dispiaciuto saltare questo passaggio quest'anno e dare tregua alla mia psiche in tal senso. E poi ho fatto una torta, non è che non abbia contribuito affatto. È stato un Natale diverso, un Natale con la cena della vigilia tradizionale polacca e il tacchino con la cranberry sauce il giorno dopo, e tutto ciò mi sembrava terribilmente giusto. È stato un Natale alla cui messa di mezzanotte ho cantato in inglese dal banco, e anche questo mi è sembrato giusto. Un Natale senza il mio paesino che si scambia gli auguri sul sagrato della chiesa godendosi il calore della cioccolata calda e del vin brulé dopo la messa di mezzanotte, e questa cosa mi è mancata. Invece, mi sono ritorvata a fare le ore piccole con i miei parenti di qua bevendo il vino rosso che quasi quattro mesi fa ho portato dall'Italia. Seduti al tavolo della cucina. La cosa più irreale era che mi sembrava tutto assolutamente normale: io sono arrivata dal Canada, non ero tanto lontano, trovarmi lì con loro la notte di Natale mi sembrava una cosa assolutamente logica. Un momento, no, io non arrivo dal Canada, io sono arrivata da più lontano - io arrivo da più lontano - e questi miei parenti li sto vedendo per la seconda volta nella mia vita. Eppure ero lì con loro e la cosa mi sembrava naturale, come se arrivare dal Canada tutta sola e passare la notte di Natale in quella cucina del NJ fosse la cosa più normale del mondo. Senza pandoro. Senza i miei genitori. Un momento, è Natale? Davvero? Siamo già a Natale?

È stato un bel Natale, un Natale con l'eccitazione della mattina del 25 scritta negli occhi dei miei cuginetti, che spettacolo meraviglioso. Un Natale senza neve, ma con la brezza che tira dall'Oceano. Ma è stato un Natale anonimo. Un Natale passivo: il mio ruolo era quella di ospite e mi sento più a mio agio a fare gli onori di casa a Natale. Un Natale senza dubbio diverso.

Non l'ho sentito sbagliato, comunque. Ero in famiglia. La mia famiglia allargata e sparsa per il mondo. La mia famiglia di migranti. C'è chi mi chiede con che impulso io stia vagando tanto alla ricerca del mio posto nel mondo, credo che sia una cosa che noi abbiamo nel sangue. E non solo quello: ci guardavamo le mani, io e la più vecchia dei cugini che ho in America, e ce le abbiamo identiche. L'indice e il medio piegano verso l'anulare, in fuori. Una deviazione leggerissima, ma non abbastanza da non notarla. La stessa curvatura si trova sulle mani di mia nonna. Per quanto lontani e sparsi, siamo una famiglia. La curvatura delle nostre dita lo conferma. In quel dettaglio ho trovato tutto il conforto che mi ha fatto sentire al mio posto in questo Natale senza pandoro, senza vin brulé e soprattutto senza i miei genitori. Ero in famiglia, e questo è tutto quello che bisogna chiedere al Natale.

29.12.11

From A Dusty Bookshelf

Il titolo del post è un omaggio a Tuomas Holopainen, il contenuto è un'antologia di estratti di libri letti nel 2011 che ho ritenuto interessanti e che ho annotato nella mia agendina personale. La data si riferisce al giorno in cui ho annotato il passaggio, che nel 90% dei casi corrisponde al giorno in cui quel passaggio l'ho letto (il restante 10% è dovuto a mancanza di spazio nella pagina giusta). Alcuni passaggi sono dannatamente significativi.  In particolare una frase di Rushdie :)


"Like the swaggering pirates, let's make the most and best and worst of what we have. Give not one-third but everything. All-all-all. Keep nothing back ..."
Jean Rhys, Wide Sargasso Sea, 12 febbraio

"If I read poetry or novels I like then I want to go and live in the country the writer knows."
Nadine Gordimer, Burger's Daughter, 15 febbraio

"And, I grant, such mastery of the multiple gifts of cookery and language is rare indeed; yet I possess it."
Salman Rushdie, Midnight's Children, 7 maggio

"Everything has shape, if you look for it. There is no escape from form."
Salman Rushdie, Midnight's Children, 2 giugno

"L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà."
Italo Calvino, Le Città Invisibili, 20 ottobre

"In un'esistenza come la mia previsioni non se ne potrebbero fare: non so mai cosa mi può capitare nella prossima mezz'ora, non oso immaginarmi una vita tutta fatta di minime alternative ben circoscritte, su cui si possono fare scommesse: o così o così."
Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore, 21 novembre

"... and I told Sheridan I had to go. Let's meet here every five years to catch up on our lives, he said. Yeah, okay, I said, and waved goodbye."
Miriam Toews, A complicated kindness, 10 dicembre

23.12.11

Trasporti pubblici

La città in cui ho imparato a muovermi con i mezzi pubblici è stata Cracovia. Ero preadolescente o giù di lì ed è stato a Cracovia che ho preso il mio primo tram da sola. Quando viaggi da solo devi avere sempre tutto sotto controllo perché puoi fare affidamento solo su te stesso, anche se il viaggio dura appena poche fermate di tram. È stato in quell'occasione - quella corsa, e le successive - che sono "entrata" nel mondo del trasporto pubblico. Sono cresciuta in un paesino che fino a qualche anno fa vantava ben un semaforo (ora non c'è neanche più quello perché al suo posto hanno costruito una rotonda) e prima di allora non mi era mai capitato di dover imparare a usare i trasporti pubblici. Ma quell'estate mi si aprì un mondo. Quell'estate in cui le mie amiche davano i loro primi baci al vicino di ombrellone, io prendevo confidenza con il sistema dei trasporti pubblici di Cracovia.

Per anni quello fu l'unico con cui ebbi a che fare.

Quando, qualche anno dopo, la vita mi trasformò in una studentessa universitaria pendolare, entrai in contatto con un nuovo sistema di trasporto pubblico, quello di Torino. Non scorderò mai il mio primo giorno di università. (Pioveva, perché ovviamente a Torino deve sempre piovere.) Sapevo che dalla stazione avrei dovuto prendere il tram numero 15, così mi sono avviata verso la pensilina. Una rapida occhiata alla lista delle fermate successive mi conferma che sono nella direzione giusta e nel giro di pochi minuti il tram arriva e io salgo. Per i primi minuti della corsa non mi preoccupo particolarmente di dove sto andando perché non conosco granché la città, e non mi aspetto di riconoscere le vie. Dopo una decina di minuti, però, inizio a insospettirmi: non avrei dovuto metterci così tanto, eppure la mia fermata non è ancora arrivata. Chiedo a una persona di fianco a me se l'abbiamo già passata, la informo che devo andare all'università e non sono sicura di saper riconoscere la fermata giusta. La persona interpellata controbatte che l'università è dall'altra parte della città: devo scendere e prendere il tram che va nella direzione opposta. Possibile? Eppure avevo controllato le fermate successive.

Non ammetterò mai di aver sbagliato, perché io quel giorno non ho sbagliato. Se fossi stata a Cracovia, sarei andata nella direzione giusta. Prima di salire, infatti, avevo scorso la lista delle fermate dall'alto verso il basso, come avrei fatto a Cracovia. Nessuno mi aveva avvertito, però, che a Torino le fermate dei mezzi si leggono dal basso verso l'alto. Nella mia ingenuità non avevo preso in considerazione che il sistema torinese potesse differire da quello di Cracovia, e la mia poca esperienza coi mezzi pubblici di un'altra città non ha giocato a mio favore quando ho letto le fermate nel senso opposto.

Questa grande lezione di vita mi ha insegnato a fare sempre molta attenzione alle insidie disseminate nel sistema dei trasporti pubblici di un'altra città. E sono diventata molto sospettosa. Quando, nel 2009, mi sono trasferita a Oslo, l'ispezione della pensilina alla mia fermata della metropolitana e un'attenta lettura delle informazioni affisse è stata una delle prime cose che ho fatto. Mi è stata utile: ho subito imparato che la domenica non è giorno da prendere i mezzi pubblici nella capitale norvegese.

E poi a settembre di quest'anno mi sono trasferita a Toronto e ho riposto nel sistema dei trasporti di una metropoli nordamericana la mia più cieca fiducia. Grosso errore. Mi ci è voluta una persona del posto per spiegarmi esattamente in cosa consiste la politica dei transfer, ovvero se fai una corsa semplice puoi non prendere nessun biglietto cartaceo, ma se hai bisogno di proseguire la corsa cambiando mezzo allora devi munirti di transfer, ovvero questo fogliettino, per proseguire senza dover pagare una volta salito sul secondo mezzo. A complicare le cose c'è il fatto che il transfer va preso alla stazione o fermata di partenza e non a quella di cambio, quindi non bisogna dimenticarlo quando si inizia la prima corsa. Una follia. Ma non è tutto. Due settimane dopo il mio arrivo a Toronto ero d'accordo con un'amica a una certa fermata della metropolitana alle 9 del mattino. Di domenica. L'idea che i mezzi a Toronto la domenica potessero essere sfigati come a Oslo non mi ha neanche accarezzato la mente: una simile follia in una delle città più grandi del Nord America? Suvvia. Ecco che quindi, quando alle 8 e mezza di una domenica mattina l'ingresso della metropolitana rifiuta i miei gettoni, il mio stato d'animo è di assoluta incredulità. Riprovo: la macchinetta avrà la luna storta, ma ecco che il gettone viene di nuovo rigurgitato. Dopo una terza volta, oltre al gettone che torna indietro, si materializza un guardiano della metropolitana:
- Signorina, la metropolitana è chiusa. Ritorni alle 9.
- No, seriamente? Io devo essere all'altro capo della città tra mezz'ora!
- Allora esca in strada e prenda il night bus.
Night bus?? Alle 8 e mezza del mattino me lo chiamano night bus?
E fu così che all'appuntamento con la mia amica arrivai con un vergognosissimo ritardo, perché ovviamente il night bus ferma ogni duecento metri e ci mette il triplo del tempo rispetto alla metropolitana. A saperlo, sarei uscita di casa alle 7 e mezza per essere da lei alle 9. Ma ero a Toronto, dannazione, non avevo minimamente preso in considerazione che la metropolitana potesse essere chiusa prima delle 9 di domenica mattina! Mea culpa, non ho controllato gli orari come avrei dovuto fare. Ma è Toronto, non Oslo, accidenti!

Un paio di giorni fa ero a New York per incontrarmi con una persona. Abbiamo fissato un secondo appuntamento per un giorno di gennaio alle 7 del mattino. Non è una domenica, ma ormai io non mi fido più di nessuno:
- Mi ci vuole un po' per arrivare sulla 57th per le 7, sarà già aperta la metro?
- La metropolitana di New York è aperta 24 ore!
Musica per le mie orecchie. Dio benedica New York e la sua metropolitana che non chiude mai!

13.12.11

Ulteriori informazioni

Ciao, mi chiamo Eva e sono una fotografa.
Se fossi canadese, probabilmente mi presenterei così alla gente. Ma non sono canadese e di solito dopo il nome mi fermo. Di solito il mio nome è la prima informazione che fornisco e la persona a cui mi sto presentando se la deve far bastare almeno finché non si comincia una conversazione che potrebbe rendere utile o interessante il mio rivelare ulteriori informazioni su di me. In quei casi posso calare un'altra carta.
Ciao, mi chiamo Eva e sono una fotografa/ho una laurea in lingue/adoro la Scandinavia. Eccetera.
Forse la causa della mia reticenza a fornire troppe informazioni in un colpo solo è dovuta al mio sentirmi perennemente in bilico tra l'eccessiva modestia e il terrore del passo falso. Perché è sempre meglio dire una cosa in meno che dirne una fuori luogo. Questo perché so di essere piuttosto pessima a riparare una conversazione che ha preso una piega sbagliata, e quindi le informazioni accessorie le faccio arrivare quando ho capito in che acque sto navigando.
Perché mi comporto così? La mia vita "normale" ruota intorno ad alcuni contesti piuttosto fissi, ovvero: 1. il mio ambiente provinciale in cui tutti sanno chi sono, 2. il mio solito giro di amici, gente che sa molto bene chi sono e 3. la mia vita universitaria, in cui un profilo di base ci accomuna tutti. Sono davvero rare le occasioni in cui mi devo presentare a una persona completamente nuova e, quando mi capita di conoscere qualcuno, molto spesso c'è già qualche elemento che ha partecipato a definirmi o perché questa persona è amica di un amico, o perché è legata al mio ambiente universitario, o perché ci si trova in coda allo stesso concerto, e si finisce sempre per avere un contesto definito, un punto di partenza. "Ciao, mi chiamo Eva": che studio Lingue lo sai perché ci siamo incontrati in facoltà; che mi piacciono i Muse lo sai perché se no non sarei qui davanti ai cancelli come te; eccetera. Chiaro perché molto spesso il solo nome sia un'informazione più che sufficiente per cominciare, no?
Poi ci sono i casi in cui mi trovo decontestualizzata, tipo ora, che sono a Toronto. Qui nessuno sa niente di me. E ogni volta che rivelo solo il mio nome so che sto perdendo un'occasione per farmi conoscere davvero. Non succede sempre: dipende dai contesti. Faccio qualche esempio.

Ciao, mi chiamo Eva, sono laureata in Lingue e ho una passione per la Scandinavia.
Quando mi è stato presentato il console generale di Danimarca a Toronto non sono proprio riuscita a fargli bastare il mio nome. Ci ha presentati la direttrice dell'Istituto, quindi non sono stata nemmeno io a dire il mio nome. Stretta di mano, "Piacere", "Piacere mio". Alcuni secondi di silenzio e poi io parto all'attacco: "Lo sa che io ho scritto la mia tesi triennale su un'autrice danese?". (Segue lunga chiacchierata in cui gli spiego perché credo che Copenaghen sia la città più bella d'Europa e gli racconto che ho studiato a Oslo e che...)
Ecco, qui il rischio di dire una cosa fuori luogo era praticamente inesistente. E poi stiamo parlando della mia tesi e dei miei giri per la Scandinavia e io potrei parlarne per ore senza esaurire l'argomento. Facile.

Ciao, mi chiamo Eva e decoro torte.
Durante questo mio incredibile soggiorno canadese mi è capitata l'opportunità di fare da interprete a due cuochi italiani in visita a Toronto. Li ho seguiti come un'ombra per quattro giorni durante i quali hanno preparato una cena nel ristorante di una scuola di cucina, quindi la fase della preparazione dei cibi è stata anche di didattica agli allievi della scuola che hanno collaborato con loro. Il mio compito era tradurre. Anche in questo caso sono stata presentata da una terza persona, l'organizzatrice del progetto che li ha portati a Toronto, che mi ha presentata come la loro interprete. Destino ha voluto che la loro interprete fosse anche un'appassionata di cucina, e in particolare di pasticceria. Ora, io me ne sarei dovuta stare in un angolino a non interferire nel loro lavoro, intervenendo solo quando si fosse resa necessaria la mia mediazione linguistica. Ovviamente, mettermi per dodici ore consecutive in una cucina e pretendere che io me ne stia in un angolino è inimmaginabile e infatti, appena se n'è presentata l'occasione, ho voluto collaborare un po' anch'io. D'altronde, quando erano tutti impegnati a tagliare chili di carote o a farcire centinaia di ravioli non c'era bisogno di una traduttrice. Così, quando uno dei due chef si è messo a preparare le meringhe, gli ho chiesto se potevo finire io il lavoro. Avevo accennato ai due cuochi la mia passione per la pasticceria, e in particolare il bellissimo rapporto che ho con le sacche da pasticciere, ma questa informazione non dev'essere stata sufficiente per guadagnarmi la loro fiducia, perché mi è stata concessa la sacca solo per "fare le ultime". Eppure io avevo parlato sul serio quando avevo detto che questo è il mio hobby, e quando hanno visto come ho impugnato la sacca correttamente e ne ho fatto uscire una serie di meringhe tutte perfettamente identiche a quelle che aveva appena finito di fare uno di loro due, il commento è stato: "Ah, si vede che ci sai fare". Appunto.
Io l'avevo detto che con la sacca da pasticciere ci so fare. Ma il fatto che io fossi lì perchè sono un'interprete non aveva dato abbastanza credibilità alle mie parole. Eppure non si tratta di due informazioni incompatibili.

Ciao, mi chiamo Eva e sono una fotografa.
Ieri ho avuto la possibilità di infiltrarmi a un servizio fotografico realizzato per un magazine per cui lavora una mia nuova amica conosciuta qui a Toronto, e per cui ho anche collaborato con un paio di articoli. Sono andata ad assistere semplicemente perché morivo dalla curiosità di vedere un photoshoot da "esterna". Perché nelle vesti di fotografa ne ho già visto più di uno. Eppure quando mi è stato presentato il fotografo non ho avuto il coraggio di dirgli: "Sai, anch'io faccio foto". Perché nonostante avessi riconosciuto il suo modello di macchina vedendolo da dietro, mi sento sempre un po' troppo inadeguata per definirmi una vera fotografa. Sbaglio, forse. Ma se non ho il portfolio alla mano, o se non vengo vista all'opera, per qualche motivo su questo punto fatico a esprimere una certa credibilità. Perché tutti fanno foto. Ehi, ma io mi prendo piuttosto sul serio. C'è gente che ha pagato per avere delle mie foto! E non avrò un'attrezzatura da urlo, ma quando la Canon fa uscire qualcosa di nuovo io corro a leggere le recensioni in rete. E così, quando conosco un fotografo, quasi sempre mi limito a dirgli solo il mio nome. Poi però gli chiedo se posso dare un'occhiata alle foto che ha appena fatto, e quando mi dice di sì e prendo in mano la sua macchina, la accendo e mi metto a sfogliare le foto, il suo "Bisogna accenderla" rimane in sospeso perché vede che so esattamente dove andare a mettere le mani. "Ho una Canon anch'io".
Ciao, mi chiamo Eva e sono una fotografa.
Davvero.

19.11.11

Red Velvet cake

Io sono una persona che ama parlare di cibo. Mangiarlo mi rende felice, preparalo mi rende felice, con gli anni sono diventata perfino il tipo di persona che trova fare la spesa un passatempo divertente. Da un anno e mezzo circa ho vinto la paura del forno, sperimentato che nella lievitazione non c'è niente di trascendentale e scoperto che mi piace fare le torte. Dal giugno del 2010, per essere precisi. Prima di quella data, mi ero sempre tenuta rispettosamente fuori dal magico mondo della pasticceria. Poi ho voluto provarci. Il primo pan di Spagna è stato un vero e proprio fallimento: l'ho bruciato. Dal secondo ho imparato a regolarmi, dal quinto ho così preso dimestichezza da concedermi il lusso di modificare la ricetta per approdare a quella che uso ora e che mi dà sempre molte soddisfazioni.

Da circa un anno e mezzo, la mia vita è diventata, in questo senso, una vera e propria monotonia. Se un'amica compie gli anni il mio regalo è una torta, se mi invitano a cena da qualcuno io porto la torta, se qualcuno mi ospita per qualche giorno a casa propria io gli preparo una torta, torna la mia amica Clelia dal Giappone dopo il terremoto e io mi precipito a farle una torta... per non parlare del fatto che la mia festa di laurea (le mie due feste di laurea, ne ho fatte due, ma con lo stesso menù) non è stata altro che un muffin party nonché un'occasione per provare a usare il fondant e lanciarmi nella realizzazione di torte a due piani. Sfornare muffin a ripetizione era stato un ottimo metodo per scaricare la tensione pre e post discussione della tesi. Sfornare cupcake e decorarli è stato un ottimo passatempo nelle lunghe giornate che ho passato a Pisa ad annoiarmi. La mia vita nell'ultimo anno e mezzo è stata scandita da una serie di dolci e dolcetti sempre più elaborati e quella che era cominciata come un'idea alternativa di regalo per i miei genitori è presto diventata una passione, se non una vera e propria ossessione. La mia prima torta è stata il mio regalo per il venticinquesimo anniversario dei miei. Che mi avevano proibito di far loro alcun regalo, perché tanto io non ho soldi, e non volevano che usassi i loro per un regalo. Bene, complice il fatto che 1) fossi a casa da sola per due giorni e 2) stessi scrivendo la tesi e avessi un disperato bisogno di distrarmi con qualcosa, mi venne la brillante idea di fare una torta per i miei. Sarebbe stato un regalo low cost. E ci avrei messo dentro tutto il mio amore.
Così me ne sono andata su cookaround, ho cercato una ricetta per fare il pan di Spagna, due ricette per le creme, e dopo qualche pasticcio ho preparato una torta per i miei genitori. E ci ho preso maledettamente gusto. Così tanto che un anno (e parecchia esperienza) dopo, la torta per il ventiseiesimo anniversario dei miei è stata una vera e propria wedding cake di tre piani con la crema ai lamponi che ho portato dalla Toscana, decorata con la buttercream al cioccolato a mo' di cestino e traboccante fiori e foglie di buttercream rosa e verde. Quanto si impara in un anno!

Ora sono in Canada, per il mio tirocinio all'Istituto, giunto ormai al suo terzo, e ultimo, mese. Coincidenza ha voluto che nel mio ufficio ben cinque persone, incluse io e la mia collega intern, siano nate a ottobre. Cinque occasioni (pretesti) per fare una torta che non mi sono certo lasciata sfuggire. Mi sono sentita piuttosto libera di sperimentare e proporre le torte che volevo, ovviamente cercando di assecondare i gusti del festeggiato di turno, ma in un caso ho avuto una vera e propria richiesta: un collega mi ha chiesto di preparargli la Red Velvet.

La Red Velvet è una torta tradizionale nordamericana. Si dice che la ricetta sia stata inventata in un hotel statunitense negli anni '50, ma pare che venisse servita anche in Canada tra gli anni '40 e '50. Indipendentemente da chi si sia inventato la ricetta, una cosa è certa: sebbene si tratti di un'invenzione piuttosto recente, la Red Velvet è diventata subito popolarissima. Ciò che la caratterizza è il colore rosso dell'impasto, che contrasta con la crema, tradizionalmente buttercream o cream cheese icing, rigorosamente bianca. A dare il colore, nella ricetta originale, era il succo delle barbabietole, un colorante naturale, e la reazione del cacao con l'aceto utilizzato insieme al bicarbonato. Scettica e terrorizzata all'idea di usare l'aceto nella mia torta, ho cercato una ricetta che prevedesse l'uso del normale lievito per dolci. Non volendo, però, usare il colorante artificale, per mantenermi il più possibile vicina alla ricetta originale, ho chiesto al collega che mi aveva commissionato la torta di procurarmi il succo di barbabietola. Una volta trovati gli ingredienti e una ricetta che mi sembrava sensata, mi sono imbarcata nell'esperienza Red Velvet.

La ricetta che ho provato è quella di SeriousCakes, utente di Youtube dai cui tutorial ho imparato moltissime tecniche di decorazione. Poiché considero questa donna una specie di mentore, mi sono fidata ciecamente della sua ricetta e l'ho seguita fedelmente, sostituendo soltanto il colorante con il succo di barbabietola. Ero piuttosto inorridita dalla quantità di shortening richiesta dalla ricetta, ma mi sono limitata a seguire le indicazioni senza farmi troppi problemi: sto facendo una cosa nuova che prevede ingredienti diversi da quelli a cui sono abituata. Bene. Rispettiamo le tradizioni culinarie di una cultura diversa dalla mia. Giunta alla fine, inforno il bell'impasto dal colore porpora e attendo paziente. I problemi si presentano quando la mia Red Velvet trasgredisce e non rispetta i tempi di cottura della ricetta. Do la colpa al forno, e le concedo di prendersi tutto il tempo di cui ha bisogno. La torta, però, non ne vuole sapere di cuocere e quando, dopo averle concesso il triplo del tempo previsto dalla ricetta, la tiro fuori dal forno, mi attende una grossa delusione: la torta non è cotta uniformemente e il centro è orribilmente unto e umido. Ma soprattutto non è rossa ma marroncina!

Non fallivo una torta così vergognosamente dai miei esordi con la prima torta di anniversario. Che cosa è andato storto? Una rapida ricerca in rete mi insegna che la barbabietola da sola non basta a colorare l'impasto: è una questione di interazione tra l'acidità e l'alcalinità degli ingredienti e a far diventare rossa la Red Velvet originale era principalmente la reazione tra l'aceto e il cacao che si usava una volta. Ok, passi la questione del colore: perché la torta non è cotta? Sui bordi era tutto sommato accettabile, ma il centro era da buttare. Davvero troppo unta e pesante per lievitare correttamente alla temperatura della ricetta. C'era qualcosa che non andava. Il compleanno del mio collega sarebbe stato il giorno dopo. Avevo detto Red Velvet, e Red Velvet sarebbe stata. Lavo la teglia, mi stappo una seconda birra e cerco una ricetta alternativa e più bilanciata. Niente più shortening: ora giochiamo con le mie regole. E facciamo la Red Velvet con la margarina.

Approdo a una ricetta che mi pare più sensata. Il procedimento è lo stesso che ho visto fare dalla mia istruttrice (ora un po' meno) preferita e da altre protagoniste di videoricette che avevo guardato nella fase teorica. Cambiano solo le proporzioni degli ingredienti e quel poco di esperienza che mi sono fatta in un anno e mezzo mi dice che stavolta va. Stavolta va.

Ecco la ricetta:

Preheat oven 350°F.


1/4 cup butter
1 cup sugar
1 egg
3 tbs cocoa
4 tbs food colouring (& beet juice)
1 tbs vanilla
1/2 buttermilk
1 cup + 2 tbs flour
1/2 tbs baking powder

Il procedimento è il seguente: setacciare e mischiare la farina e il lievito. In un'altra scodella amalgamare il colorante (e il succo di barbabietola. Ho usato entrambi: volevo a tutti i costi che l'ingrediente procuratomi dal festeggiato fosse presente nella sua torta, ma poiché la barbabietola da sola non bastava a colorare, ho anche aggiunto del colorante rosso liquido, a occhio) insieme al cacao. In una terza scodella, sbattere lo zucchero e la margarina, a cui vanno poi aggiunti la vaniglia e l'uovo. A questo composto si andrà ad aggiungere, sempre lavorando di mixer, la farina (mista al lievito) e il latticello, un terzo alla volta, alternandoli: 1/3 della farina, 1/3 del latticello, e così via, finché non si è amalgamato il tutto. Infine, sempre sbattendo, si unisce la parte colorante (il colorante e il cacao). Fatto questo, si inforna per 35-40 minuti a 350°F.
Questa ricetta funziona. E' perfetta per una tortina di 15 cm di diametro o per 12 cupcake.

Una volta constatato di aver superato la prova, ho farcito e decorato la mia tortina con una crema a base di cream cheese, mascarpone e panna. E Red Velvet fu.

1.11.11

Happy Halloween!


Perché perdersi a scavare la zucca se al primo affondo del coltello era già perfetta per l'occasione? Una goccia di sangue finto et voilà: la mia prima zucca al mio primo Halloween!

24.10.11

L'autunno canadese

Ho passato il weekend in giro per parchi, sia in città che fuori, a caccia di foglie.

18.10.11

Espatriati passati e presenti

Su La Repubblica di oggi si parlava di (quelli come) me (a Londra, però):

Nelle università, nei luoghi di lavoro, nei caffè della metropoli sul Tamigi, questa generazione di espatriati tra i venti e i trent'anni, che va e viene per l'Europa con i voli a basso costo della Ryan Air, preferiscono avere un iPad che un'automobile e vive il nomadismo come un'espressione di libertà anziché come un limite, sta costruendo la società del futuro (...)
(Enrico Franceschini, La Repubblica del 17.10.2011, p. 27)

Estrapolo questa frase perché la sento molto mia, anche se mi sono ritrovata anche in diversi altri passaggi di questo articolo, intitolato L'Europa col doppio passaporto. Un articolo (anche) sui nuovi italiani, i figli degli immigrati e i figli delle coppie miste. Io appartengo alla generazione precedente, quando i bambini come me erano una rarità nelle scuole di provincia, e anche a livello nazionale costituivano una percentuale davvero cospicua. Io appartengo alla generazione precedente e ora, tra i venti e i trent'anni, come tanti altri miei coetanei non percepisco nemmeno più i confini interni all'Europa e ogni volta che scendo da un aereo Ryanair mi sento in un certo senso un po' a casa. E condivido pienamente l'idea dell'autore di questo articolo, cioè che il "nomadismo" che caratterizza la mia generazione sia un'espressione di libertà. È starsene relegati al proprio paesino di provincia a rappresentare un limite per me.

Stasera all'Istituto abbiamo proiettato Saturnia, un documentario sugli immigrati italiani in Canada arrivati a bordo dell'omonima nave. Una felice coincidenza aver letto quest'articolo appena poche ore prima. Appartengo a una famiglia che ha vissuto l'emigrazione sia nel ramo paterno che in quello materno, e sono sempre stata affascinata dalle storie di migranti. Io sono un'assidua low cost flyer e come tale ammiro moltissimo le persone che lasciavano tutto per imbarcarsi su una nave che dopo giorni e giorni le avrebbe portate molto lontano. Per la mia generazione le distanze quasi non esistono più. Per chi, come me, addirittura si appisola in aereo, a volte manca perfino il momento in cui si realizza che si sta attraversando una grande distanza, si sta saltando in un'altra cultura, addirittura in un altro fuso orario. Quando volo low cost per l'Europa, mi sveglio all'atterraggio in un Paese più o meno simile al mio e mi affido a quel grandissimo strumento che è la lingua inglese per comunicare. Potrei essere a un capo o a un altro dell'Europa e quasi non accorgermene, questo è il mondo per la mia generazione. E poi sento storie come quelle raccontate in Saturnia e vedo quanto sono cambiate le cose. Come sembrava enorme la distanza tra l'Italia e il Canada sessant'anni fa. Come sembrava straniero un Paese di cui non si conosceva la lingua. Come era estremo il lasciarsi tutto alle spalle, il lasciarsi tutti alle spalle, perché mantenersi in contatto era un'impresa difficilissima. Nell'era di Skype e della fotografia digitale è quasi difficile farsi cogliere dalla nostalgia. Viaggiare, fermarsi per un certo periodo in un altro posto, espatriare, per la mia generazione è quasi facile. Questa consapevolezza mi fa sentire grata per essere una figlia dei miei tempi.

17.10.11

Da che pulpito

Nel più immediato vicinato nel quartiere dove sto abitando ora si trovano soprattutto confraternite universitarie e chiese. Una combinazione interessante. Ma mentre non ho ancora avuto il coraggio di imbucarmi a una festa universitaria, oggi mi sono imbucata a messa nella chiesa protestante che c'è qui all'angolo. In generale, mi piace imbucarmi nelle chiese, anche se ho sempre il vago timore di farmi notare come quella fuori posto quando entro nella chiesa di un credo diverso dal mio. Quando ero in Norvegia sono entrata una domenica a messa in una chiesa luterana, era il giorno nazionale dei Sami e per puro caso avevo beccato la messa bilingue. Mi rincresce molto non averci capito nulla, ma avevo trovato l'esperienza molto interessante. Oggi a mio favore giocavano ben due fattori: nessuna barriera linguistica e lo status speciale della messa di oggi. Ospite d'onore e incaricata al sermone di oggi, infatti, era Margaret Atwood, e per questo l'evento era aperto a tutti.

Sono arrivata con un po' di anticipo per assicurarmi un posto a sedere e sono finita nel banco vicino a una adorabile signora che ha subito iniziato a fare conversazione con me. Un'appassionata di letteratura e di viaggi, che il prossimo anno andrà, guarda un po', a Roma e Firenze. Adoro quando le persone che mi capita di incontrare in modo assolutamente casuale si rivelano compatibili con me! Dopo un po' arriva una sua amica, che si siede di fianco a me, dall'altra parte. Mi presento anche a lei, le spiego cosa ci faccio qui a Toronto, le solite battute di rito fino alla conversazione più spicciola, cioè lei che mi chiede:
- Dopo la messa quali sono i tuoi progetti per il resto della giornata?
E io rispondo:
- Devo assolutamente fare una torta, domani è il compleanno di una collega e voglio preparare una torta da portare in ufficio.
Piccola premessa: prima mi ero intrattenuta a conversare di letteratura e viaggi con l'altra signora, e questa sembrava partecipare poco. Evidentemente non tutte le persone che la vita ci fa incontrare a caso sono compatibili. Ma a questa mia risposta le si illuminano gli occhi:
- Oh! Questo sì che è parlare!
Mi sbagliavo. C'è compatibilità anche con lei.
Ma guardatemi: seduta nel banco di una chiesa protestante a parlare di torte con due sessantenni. Mai mi ero sentita tanto compatibile anche con la desperate housewife Bree!

La messa  è durata tanto, perché era animata da danze e musica. Ho apprezzato moltissimo ogni singolo intervento musicale, soprattutto quelli eseguiti ad hoc per l'occasione, composti dalla Atwood stessa. Ho avuto anche il piacere di ascoltare una versione in musica che il coro ha eseguito della poesia The Tyger di Blake (sentirla in un contesto religioso mi ha fatto assaporare appieno quello che un componimento simile aveva significato per il suo autore. Messa in musica e per coro polifonico non ha fatto che esaltarne la bellezza. Posso dire di essermela oggi goduta nella sua veste migliore, questa poesia). Ma il vero punto di forza della messa, neanche a dirlo, è stato l'intervento della pluripremiata (e anche così è riduttivo) scrittrice. Salita al pulpito perché incaricata lei, quest'anno, a parlare in occasione della Craddock Lecture promossa da questa chiesa. Ha parlato della sua vita, dell'importanza di conoscere la Bibbia quando si studia la letteratura inglese, non si è risparmiata un riferimento alla questione delle biblioteche di Toronto (a rischio tagli per mano del nuovo, poco amato sindaco. La Atwood è diventata la paladina nella guerra ai tagli sulle biblioteche). A fine messa si è anche fermata per rispondere alle domande del pubblico ed è stato durante le domande che una sua frase mi ha colpito più di tutte le altre. Sosteneva quanto sia illimitato il potenziale artistico di un bambino, creatura in grado di imparare tutto al primo colpo, esprimersi con totale libertà nel disegno, nel canto, nella danza, ricettivo al massimo nelle lingue straniere. Fino a quel momento, nella vita, in cui si smette. Alla domanda quando ha deciso che sarebbe diventata un'artista lei ha risposto: "Non è che un giorno ho deciso che sarei diventata un'artista. Semplicemente non ho mai smesso di esserlo". Chapeau. Una lezione da conservare nel cuore.

15.10.11

About a turkey

Ci avevo visto giusto quando avevo previsto che sarei stata poco dietro a questo blog. Devo ammettere che è davvero difficile aggiornarlo quando si lavora full time e spesso anche la sera. Per fortuna questa settimana appena trascorsa è stata abbastanza leggera ed è iniziata di martedì. Perché lunedì 10 qui in Canada era Thanksgiving. Per mia somma gioia ho ricevuto un invito a pranzo e così ho avuto la possibilità di vivere appieno l'esperienza del Giorno del Ringraziamento. Ho potuto assaggiare il tacchino ripieno, una bestiaccia di quasi sette chili che è stata nel forno per quattro ore, guarnito con patate e cranberry sauce. Ero a casa di un collega, sia lui che la moglie sono italiani e, quindi, per quanto il pranzo sia stato tradizionale canadese, a fine pasto è prevalsa l'italianità, che si è tradotta nel caffè della moka e nel tiramisù. Il mio contributo in cambio dell'invito ha riportato il momento del dessert a una dimensione più nordamericana perché ho avuto il buon gusto di presentarmi con un cestino (giuro! In quest'appartamento ne abbiamo diversi!) di cupcake decorati con dei deliziosi fiorellini, e non esagero se dico che questa volta ho davvero superato me stessa:


Uno dei commensali, da bravo pugliese, ha proposto di innaffiare il pan di Spagna dei miei cupcake con il San Marzano Borsci e devo ammettere che ha avuto un'idea davvero felice (e mi ha aperto un mondo).
La giornata del Ringraziamento è stata forse una delle più belle che ho trascorso da quando sono all'Istituto. Mi sono sentita in famiglia, sensazione perfetta per una simile ricorrenza. Per quanto io sia una persona abbastanza indipendente che sa cavarsela molto bene fuori da casa e non è solita avere grossi attacchi di nostalgia (a parte quella per le mie montagne, da cui non sono mai riuscita a guarire), il dividere la tavola con una famiglia mi ha fatto stare bene. Era tutto nelle sensazioni che mi ha dato quell'atmosfera. E il pranzo a base di tacchino è stato un'esperienza da provare!

E così il tacchino del Canadian Thanksgiving va a unirsi alla serie di festività straniere che ho vissuto all'estero, insieme ai fuochi d'artificio del 4 luglio su una spiaggia del New Jersey, alla parata dei bambini su Karl Johans gate il 17 maggio a Oslo, ai bagarini in piazza a Malaga che vendono i biglietti per l'ultima corrida della stagione il 12 ottobre e al profumo di zenzero che pervade le strade olandesi a novembre. Quanto mi sembrano sterili i miei studi sulle culture straniere finché non vedo tutte queste cose con i miei occhi! Le feste tradizionali sono preziosi specchi della cultura di un popolo. Sto aspettando con ansia l'altro grande appuntamento dell'autunno: Halloween. Quello vero, alla faccia della stupidata che cerchiamo di emulare per moda in Italia.

C'è un'altra cosa di cui voglio parlare, ed è una canzone che mi ha invaso il cervello da ieri sera. Si è insinuata nella mia testa, si è appena assopita durante la notte e oggi mi ha accompagnata in loop per tutto il giorno. L'ho sentita per la prima volta nella scena finale del quarto episodio di Revenge, serie TV che ho iniziato a seguire da pochissimo. Affascinata dalla tremenda malinconia di quella voce e di quel piano, ho chiesto a Google chi ne fosse l'autrice e in pochi minuti sono approdata su Youtube al video di questa canzone bellissima:


Agnes Obel, come mi ha insegnato Wikipedia, è una pianista e cantante danese. Per quanto possa sembrare banale quello che sto per dire, la sua musica sembra davvero il canto di una sirena venuta da Nord. Una scoperta affascinante, credo di aver trovato il disco perfetto per accompagnare l'autunno che si trasforma in inverno. C'è una malinconia di fondo nella sua musica, in cui mi piace perdermi e ritrovarmi. È una musica che mi ispira freddo, grigiore, buio. Luci artificiali, colletti dei cappotti tirati su. Alberi spogli, strade bagnate. Persone che vagano in solitudine per le strade di una città. È la musica che mi piace ascoltare quando anch'io vago in solitudine per le strade di una città invernale, con le sue strade bagnate e le giornate sempre più corte. Col colletto del cappotto tirato su. Credo che con Agnes Obel condividerò diversi momenti quest'inverno.

9.10.11

From Canada with... a cup of tea

Mettiamo le cose in chiaro da subito: non garantisco quanta fortuna potrà avere questo blog. L'ho aperto perché mi sembrava la cosa giusta da fare, anche se crescendo (invecchiando, sigh) mi sono sempre più allontanata dall'idea che sarei potuta essere una blogger. Per essere una blogger mancata, tanto vale non esserlo proprio. Il fatto è che, come chi mi conosce un po' bene sa, sono sempre stata attratta dai diari. La vita messa su carta mi affascina. Chi mi conosce un po' bene e da un po' di tempo sa anche che ruolo di spicco hanno avuto i diari al mio esame di maturità. Da brava figlia del digitale quale io mi ritengo, il passaggio dalla carta allo schermo è stato naturale, e per anni ho tenuto un archivio digitale delle mie annotazioni, prima privati e segreti documenti di Word e poi un blog, poi un altro, poi un altro. Da quando il mio tenere un diario è diventata un'esperienza digitale, però, ho perso il senso della continuità. E non mi sono mai trattenuta troppo a lungo su un blog. In questo sono rimasta molto old school: finito un quaderno, se ne riempie un altro. Finito un capitolo della mia vita, nell'era dei blog io tendevo a migrare su un'altra piattaforma. Solo Google mi saprebbe dire se i miei vecchi blog esistono ancora, ma non mi interessa granché scoprirlo. Il penultimo, il predecessore di questo, l'avevo aperto appositamente per il mio erasmus in Norvegia. Non l'ho aggiornato tanto quanto avrei voluto, e ne vado fiera: non sono certo stata sei mesi in un Paese bellissimo per starmene rintanata nella mia cameretta a scrivere un blog! (sorvoliamo sul fatto che io abbia però passato il primo mese rintanata nella mia camera in una condizione di semi-letargo. Ma dormivo: non potevo aggiornare il blog dormendo!) Mi fa piacere tornare a leggerlo - anche se adesso, dopo un master in traduzione editoriale, ci sono cose scritte lì sopra che non posso più vedere (ho dichiarato guerra alle cacofonie e agli avverbi in -mente. Sono cose che capitano) - soprattutto perché quei pochi ma buoni post che mi sono decisa a scrivere sono brillanti annotazioni del mio incontro con le altre culture con cui mi sono trovata a convivere durante i sei mesi norvegesi. Un incontro che, adoro sottolinearlo, è stato la più grande lezione che l'erasmus mi potesse lasciare. Quel blog è stato il depositario di questo genere di annotazioni. Alla vigilia della mia partenza per il Nord America, mi è sembrato doveroso poter disporre di nuovo di uno spazio per raccogliere simili tesori.

Una volta appurato che non sarei mai diventata veramente una blogger, ho lasciato che tutto quello che avevo da esprimere convogliasse nella fotografia. Quello è un ambito in cui posso constatare con enorme orgoglio una vera crescita personale. Siti come flickr e, prima, deviantArt, sono stati per me tanto importanti quanto i miei vecchi quaderni, i miei diari. Lo vedo soprattutto nei ritratti che ho fatto negli ultimi anni: c'è una buona componente di me in quelle foto, anche se le facce, i corpi sono di qualcun altro. Il modello (la modella, sono quasi sempre femmine i miei modelli) ci mette la faccia, ma io sono in grado di riconoscere anche una buona parte di me in quelle foto. Anche quelle sono un diario, a modo loro.

Non tutto può essere documentato con una macchina fotografica, però. Ed è stato in quei casi che un blog, soprattutto quello dell'erasmus, si è rivelato utile: mi ha permesso di fissare, a parole però, dei momenti. Non sarei potuta partire per il Canada senza la sicurezza di avere a disposizione uno spazio in cui immagazzinare questo genere di informazioni. Sono in Canada da più di un mese e non ho ancora avuto la necessità di venire a inaugurare questo blog - questo nuovo capitolo della mia vita, questo nuovo quaderno - ma era tutto predisposto e in attesa, nel caso mi si fosse presentata la necessità di venire a scriverci qualcosa. Un po' come i calzini di lana: li ho messi in valigia, in attesa del freddo. Ora sono in uno scatolone nel mio armadio qui a Toronto, insieme ai maglioni di lana e al resto della biancheria invernale, e aspettano solo il loro momento. Per questo blog, invece, il momento è arrivato adesso.

Non sento la necessità di stare a spiegare chi io sia e cosa ci faccia qui a Toronto. Il blog è online per il gusto di tenerlo accessibile anche al curiosone di passaggio (benvenuto!), ma se il curiosone di passaggio vorrà avere più informazioni su di me non le troverà scritte qui. Si tratta pur sempre di un mio diario, e io non ho certo bisogno di presentarmi a me stessa o ai miei cari (a cui prima o poi giungerà voce di questi post). Poco più sopra, i link ai miei profili fotografici e al blog dell'erasmus non li ho messi per niente: ci penseranno loro a fornire al curiosone di passaggio, ormai diventato un amico se ha letto fino a qui, tutte le informazioni che sta cercando sull'autrice di questo blog.

Perché oggi. Oggi mi sono incontrata con un ex compagno di corso di Oslo (cercavate la continuità?). Ne ho due, qui in Canada (fortunatamente entrambi qui in Ontario, e a due ore di macchina l'uno dall'altro, quindi "vicini"). Con una mi sono già vista diverse volte dal mio arrivo, con l'altro mi sono vista per la prima volta oggi. Toronto è la città più multietnica del pianeta, mi è stato detto, e in generale in Canada nessuno è propriamente del tutto "canadese", a parte i nativi. La storia di chiunque, qui, ad un certo punto nel passato, è una storia di migrazione. Nel caso della storia del mio amico, la migrazione è stata dalla Polonia. La cosa curiosa è che lui è l'unica persona di origini polacche che io conosca con cui ho sempre e solo parlato in inglese. Essendo cresciuto qui in Canada, è l'inglese la sua prima lingua, quella con cui si sente più a suo agio. E in inglese abbiamo sempre comunicato. C'è stato un episodio oggi, però, che ha tradito le origini polacche che abbiamo entrambi, ed è stato questo episodio a farmi sentire il bisogno di inaugurare questo blog. Un episodio che entra di diritto nella mia personalissima collezione di incontri culturali che ho vissuto e assaporato.

Le giornate di ottobre a Toronto sanno regalare delle piacevoli sorprese. Mattinate gelide che lasciano il posto a pomeriggi meravigliosamente soleggiati, in cui il cielo azzurro e terso è lo sfondo perfetto per gli alberi che stanno cambiando colore, il cui rosso e giallo delle foglie è reso ancora più saturo dalla luce autunnale, più moderata dell'accecante luce estiva, e capace di conferire toni più caldi a tutto ciò che illumina. Io e il mio amico ci siamo dati appuntamento in un centro commerciale per pranzo, ma finito di mangiare stare chiusi lì dentro sembrava quasi sacrilego, data la splendida giornata. Così abbiamo passato il resto del pomeriggio sulla terrazza dell'appartamento dove sto vivendo ora. Due settimane fa, su quella terrazza ho passato un'intera domenica a leggere e a prendere il sole, tra gli scoiattoli; abito in pieno centro, eppure non sembra affatto di essere in una metropoli. La mia terrazza mi è sembrata il posto ideale oggi per poter continuare a chiacchierare in pace (non ci vedevamo da due anni) senza perderci il tepore del sole di ottobre, e così ci siamo sistemati lì, io con una tazza di caffè, lui di tè. L'unico tè che gli ho potuto offrire, perché è l'unico che ho e che bevo più volentieri, era il tè verde sfuso. Se posso scegliere, preferisco il tè sfuso, soprattutto se verde, e quindi questo ho in casa. Di solito ne preparo un'intera caraffa e poi la bevo per tutto il pomeriggio, ma se ho poco tempo mi so anche accontentare di una sola tazza. Non sono solita filtrarlo: visto che lo lascio in infusione per parecchio tempo, quando mi decido a berlo le foglie si sono tranquillamente depositate sul fondo e non mi danno alcun fastidio. Ovviamente così è come lo bevo io, e non mi pongo mai il problema che qualcun altro possa essere abituato in un altro modo. Così oggi mi sono presentata dal mio amico con una tazza piena di acqua calda e il sacchetto di tè sfuso, invitandolo a mettersene quanto ne voleva. Ad un certo punto l'illuminazione:
- Vuoi un colino? Io non lo filtro mai, mi piace berlo con le foglie, ma se vuoi...
E lui risponde:
- Figurati! Non lo filtro mai nemmeno io.

Bere il tè con le foglie nella tazza è una cosa che ho visto sempre e solo fare dai polacchi. Io sono cresciuta in Italia, il mio amico in Canada, io e lui non abbiamo mai parlato in polacco e probabilmente non lo faremo mai. Per me lui è canadese, e lui mi ha sempre ritenuta italiana, ma nell'episodio del tè di oggi eravamo entrambi molto più polacchi di quanto non siamo soliti definirci. Sono questi gli episodi che mi piace vivere quando sono all'estero, e che mi piace annotare per non dimenticarli. Il blog l'ho aperto per questo, la mia collezione è di nuovo in aggiornamento.